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martedì 22 dicembre 2009

VIA DEI CAPPELLARI

Via dei Cappellari

"La via prende il nome dai fabbricanti di cappelli che qui avevano dimora. Non convince la derivazione dal nome della famiglia di Gregorio XVI, Cappellari, visto che non risulta alcuna proprietà della famiglia nella zona né tantomeno nessuno che vi abbia mai abitato.

La strada è antica ed un tempo formava un lungo rettifilo (probabilmente via Tecta o Porticus Maximae) che attraversava Campo de' Fiori con un percorso che, ricalcando le attuali via dei Giubbonari, via di S.Maria del Pianto e via del Portico di Ottavia, giungeva fino al Teatro di Marcello.

Nell'Ottocento veniva così descritta: "Strada già rimarchevole ed amabilissima per oscurità, fango perpetuo, lordura sempiterna, casupole, sfasciumi, grotte ed altre simili piacevolezze che l'abitarvi è una benedizione...".

La via ebbe anche il nome di via dell'Arco dei Cappellari per un cavalcavia tuttora esistente, detto anche Arco di S.Margherita, sembra per una Casa Santa o monastero di "bizzocche" (così venivano chiamate le donne che si ritiravano in comunità di preghiera pur non essendo suore) fondato da Paola de' Calvis.

Ebbe anche il nome di via dei Tebaldeschi perché questa famiglia aveva qui le proprie case: all'altezza del civico 13 possiamo ancora ammirare il loro emblema, una rosa, mentre dinanzi è situato il loro palazzo più importante, con loggia e torre ancora ben visibili, sebbene rimaneggiato nel Settecento.

Sotto l'arco, al n° 29, una lapide apposta nel 1873 ricorda che "In questa casa a dì 3 gennaio 1698 nasceva Pietro Trapassi noto al mondo col nome di Metastasio". Il poeta, forse il più insigne degli Arcadi, portò il melodramma italiano alla sua più alta perfezione, tanto che dal 1730 visse a Vienna come poeta cesareo alla corte di Carlo VI e di Maria Teresa, dove ebbe onori e favori. Scrisse tragedie, cantate, melodrammi tra cui Attilio Regolo, Gli Orti Esperidi, Didone abbandonato, Alessandro, Semiramide, Artaserse e altri. Roma lo ricorda con un monumento, opera di Emilio Gallori del 1886, un tempo situato in piazza S.Silvestro, oggi in piazza della Chiesa Nuova."
tratto da Roma Segreta

lunedì 14 dicembre 2009

VIA DEI CERCHI

Via dei Cerchi

Circo
Corruzione della parola Circo.
La parola Circus deriva dai diversi giri, che qui facevano con i carri trainati dai cavalli.
La V. fu aperta da Sisto V, dove, presso i Romani, era il vicus Consinius.
Nel Medioevo era detta V. del Cerchio, e deve il nome agli avanzi degli archi dell'antico Circo Massimo, che erano detti "gli scivolenti" dai gradini rotti e logori da formare una discesa sdrucciolante.
Del Circo restano visibii alcuni avanzi all'estremità della V. per la quale si va a S. Gregorio.

Chiese sparite
Nella V. addossato ai ruderi del Settinozio, era il piccolo oratorio di S.Maria de' Cerchi, ora abbandonato e ridotto a bottega.
Altra chiesa sparita è S. Maria de Manu, nome derivante da una mano votiva che poi fu messa sora la strana casa barocca al'inizio della V. e il volgo la disse la mano di Cicerone; era di pietra e qualche amatore la sostituì con un brutto calco, ora quasi completamente rovinato.

La mano di Cicerone
Ai piedi degli Orti Farnesiani si può vedere una strana costruzione barocca, sulla cui facciata spicca una mano, con l'indice teso a indicare un punto lontano.
Numerose sono le supposizioni circa la provenienza di questo arto a sè stante: chi pensa dacesse parte di una statua, chi invece crede sia stato appositamente scolpita per dare un che di fantastico alla facciata della casa: per il popolo di Roma tuttavia questa è e resta la mano di Cicerone.

domenica 11 ottobre 2009

VIA DELLA CROCE

Via della Croce

"Dalla sua forma che rappresenta appunto una grande croce, o dalla famiglia Croce"(Rufini).
Invece certamente prese il nome da una croce, che era allo sfondo della via, al principio di V.S.Sebastianello, sotto il muro del Pincio.

La posta spagnola
Alla fine del '700, l'ufficio della posta per la corrispondenza di Spagna era all'angolo, che questa via fa con p.di Spagna.

La tentazione del Belli
"Il Principe Poniatowski, che aveva palazzo in V. della Croce (arch.Valadier), si era sposata una ragazza, raccolta nel suo pal. di notte, mentre la sbirraglia la inseguiva per arrestarla. Il Belli entrò come segretario nella casa del principe, dalla quale spontaneamente si allontanò nel 1813, per scrupoli non ben chiari della sua illibata coscienza, evitando, secondo scrive il Tarnassi, la tempesta, che forse una più lunga dimora vi avrebbe fatta nascere, e restando così in pace con tutti, con nessuno in manifesta rottura"(Silvagni).

Locande
Famose, specialmente nelle guide francesi, erano le locande di V.della Croce, ove ordinariamente scendevano i viaggiatori provenienti dalla Francia alla fine del sec. XVIII ai primi del sec. XIX, come: "Lo scudo di Francia","La Città di Parigi","La locanda di Madama Smiller","La locanda e pensione di Madama Demon".

Vicissitudini del Canova
Abitarono questa via, per ricordare solo il '600, molti dei grandi pittori e artisti, specialmente fiamminghi tra i quali Dow, Rubens.
In questa V., angolo con V.Barozzi, oggi Bocca di Leone, abitò Volpato, protettore del Canova, il quale, giunto in Roma povero e sconosciuto, fu ammesso subito nella sua casa. Canova in breve tempo s'innamorò di Domenica, figlia di Volpato e furono conbinate le nozze.
Domenica accettò, ma senza entusiasmo, e Canova si avvide che a mano a mano che si avvicinava il giorno delle nozze, la fidanzata si faceva sempre più triste; intuì che ci doveva essere un mistero e si propose di stare in guardia. Alcuno gli riferì, che sulla sera la fanciulla parlava dalla sua finestra con un giovane. Che fare?
Arruola, per uno scudo, un robusto cascherino, si fa porre nel fondo di una grossa cesta, e con l'aiuto dell'oscurità si fa portare sotto le finestre della fidanzata.
Il tradimento era vero!
Domenica amoreggiava con Raffaele Morghen giovane incisore, alunno del Volpato.
Il matrimonio andò a monte, e Canova fece giuramento di non prendere mai moglie.

sabato 3 ottobre 2009

VIA BEATRICE CENCI


Via Beatrice Cenci

Patricidio
Beatrice figlia del conte Francesco nacque nel tetro pal.Cenci; vittima delle dissolutezze paterne; d'accordo con quei di sua famiglia lo fece uccidere.
Clemente VIII la fece decapitare a 24 anni a P. di ponte S.Angelo l'11 Settembre 1599, dopo essere stata in prigione a Corte Savella; venne sepolta in S.Pietro in Montorio.
I beni di questa famiglia, compresa parte della villa, poi detta Borghese, furono incamerati e da Paolo V donati alla propria famiglia.
Chiesa di S.Tommaso dei Cenci, già detta S.Tommaso a Capo Mole o de Monte Mola per la sua vicinanza alle mole tiberine ed anche S.Tommaso Fraternitatis, per essere stata la sede del "Caput Romanae fraternitatis".
Oggi appartiene all Confraternita dei vetturini, ed ogni anno, nell'anniversario della morte di Beatrice, viene detta una messa in suffragio dell'anima sua.
Quì venne seppellito Giacomo Cenci, anche lui giustiziato per l'uccisione del padre in complicità con Beatrice.

I dettagli dell'omicidio
Il delitto fu commesso nel castello di Petrella Salto, in provicncia di Rieti, per istigazione della figlia Beatrice e con la connivenza degli altri due figli e della moglie Lucrezia.
Francesco Cenci era un uomo violento e malvagio. Costretto a sborsare un'ammenda di centomila scudi per "vizio nefando", decise di ridurre le spese e di ritirarsi nel castello della Petrella, preso in affitto dai Colonna.
Qui visse dunque con la moglie Lucrezia, sposata in seconde nozze, e con i figli Giacomo, Beatrice e Bernardo. Come avrebbe detto poi Beatrice durante il processo, Francesco brutalizzava moglie e figli e infieriva soprattutto contro Beatrice, che prendeva a nerbate e tentò persino di violentarle.
Incapace di tollerare più a lungo, Beatrice decide di porre fine alle sevizie; d'accordo con i familiari, si concede al castellano della Petrella, convincendolo a commettere il delitto.
Giacomo si reca a Roma e manda l'oppio e la radica rossa che serviranno a addormentare profondamente Francesco. Olimpo Calvetti, il castellano, e un sicario da lui assoldato, Marzio Catalano, vibreranno il colpo mortale. Il 9 settembre 1598, infatti, i due entrano nella camera di Francesco e lo finiscono a martellate.
Gettato il cadavere dalle mura, i congiurati tentano poi di far credere che Francesco sia caduto per disgrazia; ma gli inquirenti non si lasciano convincere e arrestano tutti i Cenci e Marzio Catalano.
Il Calvetti riesce a eclissarsi, ma Giacomo, consigliato anche da un parente, monsignor Guerra, lo fa raggiungere e tacere per sempre.
Durante gli interrogatori Lucrezia nega qualunque addebito e giunge al punto di non dire nemmeno il proprio nome, Giacomo accusa gli altri; solo Beatrice tiene testa agli accusatori, rispondendo con sarcasmo e negando tutto.
Infine i Cenci sono condannati: Lucrezia e Beatrice alla decapitazione, Giacomo a essere attanagliato e poi percosso in testa con un magio fino alla morte.
A Bernardo, in considerazione della giovane età, si fa grazia della vita, ma è condannato ad assistere alle esecuzioni dei suoi parenti e complici e alla galera a vita.
Inoltre, la grazia gli viene comunicata con ritardo: per pura e semplice crudeltà, osservano esperti di procedura del tempo.

Grazia mancata
Papa Clemente VIII pareva disposto ad usare clemenza verso la famiglia Cenci, condiserando il turpe carattere di Francesco, quando gli venne data notizia di un matricidio:
Paolo Santacroce aveva ucciso a Subiaco, con un pugnale, la madre, principessa di Santacroce.
Una lettera scritta da Paolo al fratello maggiore Onofrio rivela che Paolo accusava presso il fratello la pessima condotta della madre, che sarebbe stata incinta.
In realtà la povera donna era idropica e l'unica colpa sua consisteva nell'aver negato a Paolo tutte le sue ricchezze in eredità. Avuto il permesso dal fratello di lavare l'onta familiare, Paolo Santacroce aveva spacciato la madre.
Da tale turpe crimine fu talmente indisposto papa Clemente, che scacciò dal cuore ogni indulgenza e condannò a morte i Cenci.

Cippo sepolcrale romano
Nella piazzetta davanti la Chiesa, ci sono due marmi antichi: l'uno, fra le due porte della chiesa, è un'ara ornata di grifi e superiormente incavata, l'altro nella casetta contigua un cippo sepolcrale romano, dedicato a Caio Cincio Saliandro, dai figli Marciano, Tanuario, Severo ed Eradanio, cui Cristoforo padre di Francesco Cenci diceva di risalire!
"Ma il popolo sdegnoso di tanta vanteria, mentre dice, che l'ara è l'acquasantiera della bella Cencia, maligna che l'altro sia un marmo, che il malvagio ed eretico Francesco pose sulla carogna di un suo cane, dopo averla interrata in luogo sacro" (C.Ricci)

venerdì 2 ottobre 2009

SANTA CROCE IN GERUSALEMME

Santa Croce in Gerusalemme

Le reliquie di S.Elena
Vuole la pia legenda che S.Elena, madre di Costantino, nel 326 d.C. facendo fare scavi sul Monte Calvario, trovasse la Croce che servì al martirio di Gesù. Una parte la mandò in dono a Costantino, un'altra a Roma ove, forse in un'aula del pal.Sessorio, fabbricossi questa basilica per custodirla, e altra parte la lasciò a Gerusalemme.
La Chiesa cattolica decretò due feste, che ricordassero l'Invenzione (3 Maggio) e l'Esaltazione della S. Croce (14 settembre); questa festa prese una grande importanza allorchè nel 620 Eraclio, vincitore dei Persiani, costrinse questi a restituire quella parte della vera croce che Cosroe II nel 614 aveva portato via da Gerusalemme.
Dal 1885 ha luogo, nella Settimana Santa, la solenne Processione di Penitenza e quindi, dopo la benedizione, si procede all'esposizione della SS.Croce e delle Reliquie della Passione.
S.Elena recò la terra dal Cavario, e ne cosparse il piano della cappella, che oggi è a lei dedicata.
Nella Cappella delle Reliquie si conservano, oltre ai tre pezzi della Croce, un chiodo e una parte del "titolo", due spine della corona e, all'inizio della scala, il braccio trasversale della croce del buon ladrone, San Disma; vi si aggiunga un dito di S.Tommaso: quello stesso che il diffidente apostolo affondò nel costato di Gesù.
Andati i papi in Avignone, la chiesa fu abbandonata e cadde in rovina. Nel 1492 il card. Pietro di Mendoza facendo rifare il tetto scoprì la reliquia della Croce nel mezzo dell'arco della triburna; fu ritrovata come era stata rinchiusa più di mille anni addietro, in una cassa di piombo con tre sigilli; iscrizioni erano sulla muraglia.

Sessorium
La chiesa è una delle 7 maggiori basiliche di Roma, e viene chiamata Sessoriana per essere stata costruita sul pal.dell'imp. Eliogabalo, che, quale soggiorno per i suoi vizi e corruzioni, chiamò Sessorium.
In detto palazzo abitarono gli ultimi imperatori, e, quì presso, il medesimo Eliogabalo ebbe i giardini detti Variani da Sesto Vario suo padre. Per rinchiudere questo pal. nelle mura di Roma, Aureliano fece fare al recinto della città quell'ampio gomito, che tutt'ora si vede presso l'anfiteatro Castrense.

Ai tempi di Sisto III la basilica venne detta Heleniana, la qual cosa spiegherebbe perchè Costantino scegliesse questo luogo, dove probabilmente abitò sua madre, per edificare il nuovo edificio.

Venerdì Santo
S.Gregorio I le dette il titolo cardinalizio e vi pose la così detta Stazione quaresimale di Venerdì Santo. Il Venerdì Santo è anche detto in Parasceve dall'apparecchio dei cibi e di tutto l'occorente, che facevano gli Ebrei in questo giorno, per essere liberi da faccende nel seguente giorno festivo del Sabato.

La Rosa d'Oro
Quì veniva benedetta la Rosa d'Oro, che ogni anni era mandata in regalo ad una sovrana cattolica:
"Nella quarta domenica di quaresima, chiamata della Rosa e dell'Annunziazione, era percorsa dal Pontefice a cavallo nell'andare a cantare messa alla Gerusalemme; nell'andata portava una rosa in mano ed in cui era infuso del balsamo e del muschio, e che da poi sostenevala in molte parti della messa. Celebrata la quale, sostenendo in mano la rosa medesima, ragionava moralmente ed intorno l'odore, che dessa metteva, e quindi finito il sermone ritornava a cavalcare pel Laterano; dove arrivato la donava al Predetto di Roma, vestito di scarlatto e di porpora con calze una rossa ed una dorata, e con la mano sinistra tenente ferma la staffa del cavallo, per prendere con molta reverenza quel fiore. Rito che va interpretato allegoricamente"(Adinolfi).

Monte Cipollaro
Presso la piazza era una piccola collina chiamata Monte Cipollaro, perchè vi si coltivavano gli agli e le cipolle, i cui fiori servivano per la baldoria della festa di S.Giovanni. Benedetto XIV, volendo sistemare la via già aperta da Sisto V nel 1585, che era detta Stradone degli Olmi e Felice, fece spianare la collinetta che nascondeva il portico della chiesa, che egli fece rifare, alla vista del pubblico; e vi fece piantare molte centinaia di morogelsi.

S.Maria de' Spazzolari del Buon Aiuto
Da una parte della piazza si osserva una chiesetta nominata
S.Maria de' Spazzolari del Buon Aiuto, appartenente alla congregazione del Buon Aiuto; la cagione della prima denominazione è ignota, ma secondo l'Armellini, il popolino scherzando la chiamava così, perchè il custode della medesima ogni sera raccoglieva, ossia spazzolava le elemosine, che i fedeli deponevano sui gradini.

lunedì 28 settembre 2009

VIA DELLA CUCCAGNA


Via della Cuccagna

"Quì, nei tempi di mezzo, facevasi il giuoco dell'albero della cuccagna.
Cuccagna è un paese favoloso, dove la natura è prodiga dei suoi tesori, senza che l'uomo vi impieghi le sue fatiche, dove l'abitatore gode di un continuo dolce far niente.
Cio ha dato origine all'uso degli alberi della cuccagna nelle feste popolari."

lunedì 24 agosto 2009

VIA ANTONIO CANOVA


Via Antonio Canova
già V.S.Giacomo; ora questo nome è passato a V.degli Incurabili.

In questa V. ebbe studio lo scultore Canova di Passagno (Treviso 1737-1822). Ha un busto al Pincio ed uno in questa via.

L'ospedale degli incurabili
S.Giacomo perchè prendeva nome dalla chiesa dedicata all'Apostolo Giacomo Maggiore, chiesa detta S.Giacomo degli Incurabili a causa dell'unito ospedale, eretto nel 1338 dal card.Giacomo Colonna; dalla vicinanza al mausoleo di Augusto, prese anche l'aggiunta in Augusta; fu anche detta S.Giacomo del Popolo.

Nell'ospedale si curavano gli infermi poveri, che venivano chiamati incurabili, secondo alcuni, non perchè inguaribili, ma perchè non potevano curarsi, per mancanza di mezzi, nelle proprie case, e perciò costretti ad essere qui ricoverati.
Sul principio del sec. XIV vi venivano curate esclusivamente piaghe, e poscia le malattie veneree, allora stimate incurabili. In questo ospedale (C.Ricci,"Beatrice Cenci") fu ricoverato Francesco Cenci che per essere trattato bene, andava dicendo, che non voleva lasciare nulla ai figli, nè ai figli dei figli, ma tutto al detto ospedale.

Dov'è l'ospedale in antecedenza eravi una chiesa detta di S.Maria e Martina in Augusta.

Un ladro in chiesa
A proposito della chiesa di S.Giacomo, Gregorovius, stando in Roma, racconta:
"Un ladro si era salvato in S.Giacomo, e là stavasene all'altare col viso coperto dalle mani. Attorno folla curiosa, e dinanzi alla cappella due poliziotti in civile, che lo spiavano senza osare afferrarlo. Il ladro stette là, a quanto mi si disse, fino a sera. Di notte i frati l'han fattto sgattajolare".

domenica 26 luglio 2009

VIA DELLA COLONNA ANTONINA

Via della Colonna Antonina

Il primo dolciere
"Moroni: "Il primo dolciere, uno svizzero, apparve in Roma nella metà del sec XVIII con una botteguccia in V.Colonna, nel pal.del Cinque"

La vittoria di Antonino
"Tutti i vecchi romani chiamano ostinatamente la Colonna "la Colonna Antonina" perchè la si riteneva un tempo dedicata ad Antonino Pio (e così si legge tutt'ora nella scritta seicentesca del basamento).
In realtà fu eretta dal Senato e dal Popolo Romano per celebrare la vittoria di Marco Aurelio Antonino sui Sarmati, Marcomanni e Quadi, popoli della Germania.

Il sarto della Colonna
Della colonna così scriveva, nella sua "Roma Nuova" (1813), Aloys Sprenger:
"Fa da custode all'Antonina un sarto, che esercita l'arte sua a piè della colonna. Ai romani non fa pagare nulla, ma dai forestieri, per lasciarli salire in cima, esige una mancia.

Il guardiano della Colonna
Secondo Lanciani la colonna in origine stava nel centro di un "peribolus" o piazza cinta da un portico a colonne, e probabilmente ove ora è il pal.Chigi ergevasi il tempio dedicato a Marco Aurelio. Al tempio era addossata una casetta singolare appartenente al liberto dell'imp.Severo, che aveva avuto il permesso di fabbricarsela per essere il guardiano della colonna e così riscuotere l'obolo da chi voleva salirvi."

sabato 25 luglio 2009

VIA DEL CARAVITA


Via del Caravita, già V.dei Fervitori

"Dalla congregazione e dall'oratorio qui esistente, volgarmente già detto del Garavita, fondato nel 1711 dal padre gesuita Pietro Caravita, con l'elemosine dei fedeli, e dedicato a S.Francesco Saverio e alla Madonna della Pietà.

I Mantelloni
Venivano chiamati Mantelloni quei confratelli, che dopo essersi date per penitenza le battiture (disciplina) in questa chiesa, uscivano salmodiando per tutte le vie, fino ad una Madonna stabilita, e che si accomiatavano dicendo: "Sia lodato Gesù Cristo."
Scrive d'esse il Belli nel sonetto "Le Truppe di Roma":
"S'informino, canaja, scemunita,
La disciprina, qui, 'gni bon sordato
Va a dàssela 'gni sera ar Caravita."

e ancora:
"Ma chi? quelli che vanno ar Caravita
la sera, e ce se sfrusteno er furello?
Sò tutti galantommini, fratello;
gente, te lo dich'io, de bona vita.
Quarcuno, si tu vòi, porta er cortello:
a quarcuno je piace l'acquavita:
quarchidunantro è un po' longo de dita;
ma un vizio, già se sa, bisogna avello.
Ma poi tingheno tutti er mantellone,
e cor Cristo e le torce quann'è festa
accompagneno er frate a le missione.
E 'gni sera e per acqua, e pe tempesta,
vanno per Roma cantanno orazzione
coll'occhi bassi e senza gnente in testa."

Botte da orbi
Nell'Oratorio del Caravita, scriveva Louis Delatre nel 1870:
"è uso che dopo la predica si distribuisca ai devoti una discipina per battersi. Poi si spengono i lumi e allora comincia la flagellazione."
Ma, lungi dall'usare la sferza per mortificare le proprie carni, "molti picchiano sulle colonne e sulle panche, altri sui loro vicini. Questi, talvolta, rendono pan per focaccia; allora nasce una baruffa, una confuzione, un parapiglia universale, e piovono da ogni parte in quell'oscurità nerbate da orbi".

Le lascivie del gesuita Paccanari
Un confratello gesuita, Nicolò Paccanari, tirolese, giovane audace, fondò un convitto di donne chiamate Dilette di Gesù, grazie agli aiuti dell'arciduchessa Marianna d'Austria.
Egli divenuto, per abuso dei sacri canoni, superiore nell'Oratorio del Caravita e superiore, in Dillingen, del Cuore di Gesù, era tenuto in concetto di santità.
Il Paccanari in Roma proruppe in disordini, e, palesate nei convitti delle Dilette le sue lascivie, fu accusato di sacrilegio alla Inquisizione, fu punito con 14 anni di carcere, e le società d'ambo i sessi vennero sciolte."

VIA DEL CORSO


Via del Corso

"Questa V.,lunga quasi 2 km.,è la più signorile di Roma e fu dedicata ad Umberto I. Anticamente, dalla Porta Ratumena, presso il sepolcro di Bibulo, fino a p.S.Marcello, era detta V.Lata e da questo punto in poi V. Flaminia.
Dal tempo del veneto Pietro Barbo, Paolo II, che costruitosi il colossale pal.Venezia, volle assistere da questo alle corse di uomini e cavalli senza fantino (barberi), la V. venne chiamata Corso.

Nelle varie corse si stabiliva come punto di partenza, p.Sciarra per i ragazzi, V.della Vite per gli uomini, p.del Popolo per i cavalli. In antecedenza le corse si facevano o per V.Giulia o per Borgo Nuovo."

Le corse dei berberi
Scrive il Platina: "Havendo il papa {...} quietate le cose d'Italia si volse all'otio et ne ordinò ad imitazione degli antichi alcuni giuochi et feste magnifiche et ne diede un bel desinar al popolo {...} I giuochi furono otto palij che nel Carnevale per otto dì continui si donarono a coloro che nel corso restavano vincitori.
Correvano i vecchi, correvano i giovani, correvano quelli che erano di mezza età, correvano i Giudei et li facevano ben saturare prima perchè meno veloci corressero. Correvano i cavalli, le cavalle, gli asini e i bufali, con tanto piacere che per le risa grandi potevano appena starne le genti in piè"

La storia ha conservato il nome dell'uomo che primo percorse in automobile la famosa via romana: Cleto Brema; e la data dell'evento: il 3 ottobre 1895.