lunedì 9 novembre 2009

S.MARIA IN TRASTEVERE


S.Maria in Trastevere

Dalla chiesa om. edificata nel 340 da Giulio I. Fu la prima innalzata in onore della madre di Dio, e venne chiamata Titulus Callixtu, dal famoso trasteverino Callisto, che quì aveva sue proprietà, e nelle quali continuò ad abitare anche quando fu innalzato il ponteficato.

Questa chiesa fu anche detta Fons Olei, perchè, racconta Dione Cassio nel 753 a Roma, poco prima della nascita del Redentore, vi scaturì una sorgente d'olio (nafta).

I mosaici della facciata sono dei tempi di Innocenzo II.
Si crede che le 24 colonne della basilica appartennero all'Iseo Campense, donde l'avrebbe tolte Innocenzo II, che fece inoltre il campanile e la fontana, che adorna la piazza.


Il papa nel pozzo
In questo luogo il pontefice fu gittato in un pozzo, ed il cadavere fu sepolto nel cimitero di Calepodio, fuori Porta S.Pancrazio, da dove Gregorio IV nell'828 lo tolse, insieme al corpo di S.Cornelio, per deporli in questa chiesa.

Vino e Cristianesimo
Il tempio occuopa l'area dell'antichissima Taberna Meritoria, cioè il quartiere dei soldati veterani, benemeriti della patria; presso la quale era la caserma per i marinai della flotta di Ravenna.

Da Lampridio sappiamo, che presso il luogo ove è S.Maria in Trastevere, eravi un oratorio, che era stato tolto ai Cristiani poco prima che Alessandro Severo salisse al trono e vi erano state poste le Cellae Vinariae, specie di deposito di vino.
I cristiani ricorsero a detto imperatore per riavere quel locale, ed egli appagò il loro desiderio, decretando essere meglio consacrare un luogo a Dio, che abbandonarlo ai bevitori di vino.
Si crede che Mammea, madre di Alessandro Severo, fosse cristiana. Sulla porta del suo palazzo, che aveva aperto al pubblico per rendervi giustizia, aveva fatto scrivere questa evangelica sentenza "Quod tibi fieri non vis, alteri ne faceris", e sembra che avesse persino l'idea di innalzare un tempio a Gesù.

La pietra degli Angeli
"Sul Gianicolo esisteva un tempietto dedicato agli Angeli, eretto sul posto ove era una pietra sulla quale una pia tradizione voleva che si genuflettessero gli Angeli presenti alla crocefissione di S.Pietro; quella pietra venne trasportata per ordine del vescovo Deattis in S.Silvestro e Dorotea nel sec.XVI, e quindi in S.Maria in Trastevere" (Terribilini)

Labirinti
Nel sec.XII furono di moda nelle chiese i laberinti; ne fu conservato uno in questa chiesa fino al 1850; era formato così: nel pavimento stava segnata una via, che faceva 6 giri concentrici, con piccole lastre di marmo colorato, divisa da una balaustra marmorea bassa e di m.3.33 di diametro, in cui in mosaico colorato era indicata un'altra via. Il significato simbolico era il seguente: l'uomo chiuso nei corridoi inestricabili del vizio, non ne può uscire, se la grazia divina non gli fornisce il filo.

Iscrizioni
Nell'atrio sono notevoli due iscrizioni: in una un certo Cocceius, liberto imperiale, ricorda che nella sua vita coniugale, durata 45 anni e 11 giorni, non ebbe mai lite con sua moglie Nice!
L'altra in cui un ignoto marito chiama Attidia: moglie rarissima!

Antico cimitero
"A fianco della navata della basilica, sussiste ancora, in parte, l'antico cimitero per i morti della parrocchia (fino al 1847), e quelli rilevati nelle campagne dall'Arciconfraternita della Morte (fino al 1585). In detto cimitero si facevano le rappresentazini sacre dell'ottavario dei morti"(Bevignani)

giovedì 29 ottobre 2009

PIAZZA DELLA MADDALENA


Piazza della Maddalena

La P. fu aperta da Urbano VIII, come da lapide ivi esistente. Quì anticamente giungevano le Terme Alessandrine.

Una chiesa di zucchero
Prende nome dalla chiesa om. cominciata nel 1676; la facciata barocca è opera di Giuseppe Sardi.
Oltre che sulle casette di S.Ignazio (v.) e sulle opere del Borromini, gli strali della critica neoclassica si appuntarono contro la chiesa della Maddalena, fantasiosa delizia del rococò (si veda soprattutto la sagrestia, forse la più bella di Roma).
In particolare fu criticata la facciata; un neoclassico la definì "il non plus ultra del gusto stravolto" tacendone volutamente l'autore "perchè non degno di essere nominato"; il Gnoli, con aria di saccente disprezzo la disse "tutta lavorata come fosse di zucchero".

Il frate dragone

Nella Chiesa della Maddalena è sepolta Teresa Benicelli, fanciulla romana morta d'amore per Pio Pratesi, cadetto dei dragoni del papa, che aveva dovuto lasciare per volontà dei parenti.
Un giorno, sorpresa mentre scriveva al suo innamorato, fu aspramente redarguita dai fratelli che non la lasciaron più in pace, e con intrighi ottennero di far trasferire il Pratesi a Viterbo. La fanciulla spasimante divenne melanconica e deperì in tal modo che il medico curante avvertì la famiglia che ogni speranza di guarigione era perduta. Allora i parenti, mutato parere, permisero al giovane di venirla a visitare; il giovane venne, ed entrato nella camera della moribonda, se la strinse al seno baciandola, ma ella ebbe solo forza di dire "E' troppo tardi".
Dopo tre giorni morì, e tutta Roma prese parte ai funerali in S.Salvatore in Lauro.
Nel mezzo del tempio eretto il catafalco ove sopra era visibile la povera Teresa vestita da sposa; improvvisamente il giovane ufficiale si appressò alla bara, baciò in fronte la povera morta e preso un fiore che ella aveva sul petto, fuggì.
Il Pratesi, giunto a casa, puntò la pistola al cuore, e per due volte fece inutilmente scattare il grilletto; allora, come per divino avvertimento si recò alla chiesa dei Cappuccini. Otto giorni dopo il giovane venticinquenne vestiva il saio, e passati 2 anni, padre Pacifico, che tale fu il nome preso, celebrava la sua prima messa sulla tombra dell'amata Teresa.

VIA DI MONTE BRIANZO


Via di Monte Brianzo

Secondo alcuni, deve il nome alla colonia, quì stabilita, di cittadini di Briançon, che Gregorio XI nel 1376 condusse a Roma, quando ristabilì la sede papale;
Secondo altri dalla colonia, che quì si stabilì di cittadini della Brianza, che facevano commercio di vino.

Quando Sisto IV nel 1471 sistemò e lastricò la via, questa prese per poco il nome di V.Sistina.

La chiesa dei Tintori
Chiesa di S.Lucia della Tinta, già detta S.Lucia Quatuor Portarum, dalle quattre vicine piccole porte, che si aprivano nelle mura, che costeggiavano il Tevere. L'appellativo della Tinta deriva dall'essere questa la contrada ove erano riuniti i tintori di stoffe, e la chiesa appartenne alla loro corporazione.

La Torre
Torre di S.Lucia, l'ultima esistente della cinta di mura, che proteggeva Roma dalla parte del Tevere e propriamente a difesa della posterula Tiberina; altra consimile venne demolita ai nostri giorni in V. del Melangolo.

domenica 25 ottobre 2009

BASILICA DI SANT'AMBROGIO E CARLO

Basilica di Sant'Ambrogio e Carlo

Dalla chiesa, al Corso, dedicata al nobile milanese S.Carlo Borromeo (1538-1584), che da card. abitò in Roma al pal. Altemps e poi al palazzo Colonna.
La chiesa è pure dedicata a S.Ambrogio, e fu costruita dalla nazione Lombarda, essendo papa Sito IV (1471), nel luogo ove era una piccola cappella in onore di S.Nicolò del Tufo. Nel 1612 il card.Omodei, su disegni di Onorio Longhi, la riedificò. La cupola, la tribuna e l'altar maggiore sono opera di Pietro da Cortona; la facciata del prete G.B.Menicucci e dal cappuccino Mario da Canepina.
Dietro l'altar maggiore conservasi il cuore di S.Carlo Borromeo.

L'Arcadia
Aderente alla Chiesa è la sede dell'Arcadia. Nela seconda metà del sec.XVI, Cristina di Svezia, nel pal.Riario istituì l'Accademia Reale, che poi divenne l'Arcadia.

Il rogo dei Cesari
Quì era l'Ustrino o rogo dei Cesari rinvenuto nel 1777 a 4 m. di profondità, ove furono cremati i cadaveri di Marcello, Ottavio, Caio, e Lucio Cesare, Augusto, Tiberio, Claudio ecc. L'Ustrino era un giardino ombreggiato da pioppi; chiuso da una cancellata in bronzo, con in mezzo il rogo in marmo bianco.
All'ingresso Augusto aveva fatto murare le famose tavole di bronzo, che narravano i suoi fausti, che poi presero il nome di Ancyranae, essendone stata travata una copia nelle rovine del tempio di Augusto ad Ancyra nell'Asia Minore; le originali erano già da secoli smarrite.

Cucina di piazza
In questa piazza per tutto il sec. XVIII si friggeva il pesce, ed in grandi caldaie si cuocevano trippe ed erbaggi.

martedì 20 ottobre 2009

VICOLO DELL'ORSO

Vicolo dell'Orso

Circa tale denominazione vi sono opinioni diverse...

Gli Orsini
Gli Orsini nel medioevo, come dalle torri guelfe si notava, erano signori di questa contrada; e perciò da un loro stemma in marmo raffigurante un orso, che era all'angolo di V. del Soldato, avrebbe preso il nome la via. Secondo l'Adinolfi invece, avendo Nicolò III donato ad un Orso Colonna il Castel S.Angelo e due torri, che erano alla estremità di questa via, dalle quali egli riscuoteva la gabella sulle barche che passavano pel fiume, la V. avrebbe avuto da detto Orso il nome.

Il goffo bassorilievo
Il Maes crede che il nome derivi da un antico bassorilievo rappresentante un leone che si azzuffa con un cervo, nel quale il leone era rappresentato con tanta goffaggine che dal volgo poteva scambiarsi per un orso. Detto bassorilievo è incastrato all'angolo di V.del Soldato.

L'albergo dell'Orso
Infine altri crede dall'insegna dell'albergo (prima Osteria), tutt'ora esistente, ove abitò Montaigne, Rabelais e forse Dante, ambasciatore presso Bonifacio VIII nel giubileo del 1300, e secondo il Noack anche il Goethe, la prima volta che giunse in Roma nel 1786.
Non sappiamo gli altri, ma spesso Montaigne rischiava di uscire in barca, quando il tempo era piovoso: allora il Tevere rompeva proprio davanti all'Osteria, per allagare l'intera città.
In compenso, la locanda era ammobiliata assai riccamente, con un fasto che Parigi avrebbe potuto invidiare, e non vi mancavano bronzi, dorature, broccati di seta e d'oro degni di una corte.
Lo scheletro in gabinetto
Nella caditoia (cioè latrina pensile) medievale che sporge dal fianco dell'albergo dell'Orso, e che era murata probabilmente da secoli, fu trovato nel giugno 1936 uno scheletro d'ignoto.
Il ritrovamento avvenne nel corso di lavori di restauro. Alcuni denti robusti e sani confitti in un pezzo di mascella fecero pensare che lo scheletro fosse appartenuto a un giovane.

L'intraprendente Vannozza
Al capo opposto della via rispetto all'Osteria dell'Orso ce n'era una intitolata a un'altra fiera, il Leone. Era condotta da Vannozza de'Catanei, l'amante di Rodrigo Borgia, papa Allessandro VI, allora sposata a Jorno o Giorgio della Croce e poi in seconde (o,secondo alcuni, terze) nozze a Carlo Canale.
Vannozza e Carlo, in un anno di recessione, ottennero dal papa Alessandro di poter vendere vino senza averne pagato la bolletta.

La V. ebbe pure nome di Sistina da Sisto IV che la fece lastricare.

In questa contrada, sostituita poi da V.Condotti e p.di Spagna, affluivano i migliori ospiti che capitavano a Roma e, grazie ai bisogni della clientela, vi si erano stabiliti anche nolleggiatori di portantine, vetture e presta cavalli, dai quali un vic. poco discosto prese il nome.
La V. faceva parte dell'itinerario percorso dai papi, e perciò detta Pontificium, da non confondere con la V.Papae; in essa erano le note locande ciquecentesche della Stella e della Croce Bianca; era fiancheggiata dalla Chiesa di S.Maria de Ursis, o in Posterula, e dall'altra di S.Biagio della Tinta, così detta perchè prossima alle botteghe dei tintori, nel sec.XVI. Vi fu anche un deposito di frumento.

lunedì 19 ottobre 2009

PORTICO D'OTTAVIA


Portico d'Ottavia

Dagli avanzi dell'ingresso al sontuoso portico eretto da Augusto, e dedicato a sua sorella Ottavia, per comodo del popolo che assisteva agli spettacoli nel prossimo teatro eretto in onore di suo nepote Marcello.
Il portico aveva più di 300 colonne con capitelli corinzi; venne quasi distrutto da un incendio ai tempi di Tito.

La firma degli architetti spartani
"Sauro e Batraco arch.spartani edificarono per ordine di Quinto Metello, i due templi a Giove e Giunone (del primo non esiste più nulla, al secondo appartiene la colossale colonna che si vede presso l'angolo di una casa in V.S.Angelo in Pescheria) racchiusi nell'ammirabile Portico d'Ottavia, i quali, vedendosi negato il permesso di apporvi il proprio nome, delusero la proibizione con una specie di rebus. Vale a dire scolpirono sui capitelli delle colonne due animali, la cui denominazione corrispondeva precisamente ai loro nomi, cioè lucertola (in greco saurus) e la rana (batracos).
uno di questi capitelli si vede in S.Lorenzo fuori le mura" (Maes)

La statua di Cornelia

Quì fu consacrata a Cornelia, madre dei Gracchi, una statua in bronzo, seduta; la statua fu la prima eretta in Roma in onore di una donna, nonostante l'opposizione di Catone. Nel 1878, fra le macerie del luogo tornò alla luce solamente il piedistallo ove si legge: Cornelia Africani F.Gracchorum.

La biblioteca
Augusto in questo portico pose una biblioteca, che donò al popolo. Per mero caso sappiamo il nome di un impiegato di questa: Hymnus Aurelianus, del quale è l'iscrizione funebre in uno dei colombari della vigna Codini.
Ricorderemo come in seguito a discordie domestiche i genitori talvolta diseredavano i figli. Infatti Caio Melisso di Spoleto, nato libero, ma ob discordiam parentum expositus, divenuto schiavo, fu acquistato da Mecenate, che lo destinò a suo grammatico e lo tenne come amico. La madre, venuta a sapere della sorte de figlio, volle redimerlo; egli ricusò di tornare alla condizione della sua origine, e remansit in servitute, finchè Augusto lo liberò e fattagli ordinare la biblioteca del Portico di Ottavia, ve lo nominò direttore.

La pescheria
Fra i ruderi di questo portico giaceva sepolta la statua in marmo della più leggiadra dea, La Venere dei Medici; sopra essa gli ebrei tenevano il più sudicio dei mercati, vendendo pesci esposti sopra antiche lastre di marmo, e perciò la V.era detta della Peschiera.
Degne di nota le iscrizioni nel pilastro, presso il cancello: quella che vieta i giuochi sulla piazza:
"D'ordine dell'Ill.mo e Rev.mo Mons. Govern. di Roma si proibisce il poter giocare a- veruna sorte di giuoco anche lecita in- questa piazza e sue pertinenze e botteghe- sotto pene ad arbitrio";
e l'altra a destra "Capita piscium- hoc marmoreo schemate longitudine- majorum usque ad primas pinnas- inclusive Conservatoribus- danto".Questa usanza rimontava al XIV sec.
La lapide informa che tutti i pesci che avessero superato la lunghezza della lapide stessa dovevano essere decapitati "fino alle prime penne incluse" (
usque ad primas pinnas- inclusive) e le teste date ai Conservatori in Campidoglio. La lapide, come l'altra del Campidoglio, misura metri 1,13.
La testa del pesce era considerata (a ragione dicono i buongustai) la parte più prelibata, ed era utilizzata per zuppe. Ogni contravvenzione alla norma comportava una multa di ben dieci fiorini d'oro.

A proposito dei pesci, ricorderemo che i monelli romani, quando dall'odore dei pesci ne arguivano la poca freschezza, intonavano intorno al malcapitato venditore, questa canzoncina: "Er sor Cario che viè dall'olanda e pe' strada incontra la banda, je piaceno li soni, purchè sieno strumenti boni. Zunnenanà, zunnenanà, ecco la banda che passa di qua!"
Tuttora a Roma quando il pesce puzza si dice "c'è Carluccio" o "che banda!".

Le campane di S.Angelo
Entro il portico è la chiesa di S.Angelo in Peschiera, detta anche S.Angelo Pescivendolo, nel Medioevo archivio comunale, la di cui campana maggiore, del 1291, porta questa iscrizione:
"An MCCXXCI ad honorem Dei et M.M.V. et S.Angeli"- Mentem sanctam spontaneam honorem Dominis et Patrie liberationem D. Rodulphus de Sabello fecit dieri hoc opus phus - De Dottis me fecit". La frase "Patria liberationem" ricorda il suono delle campane a martello per chiamare i cittadini a raccolta nei pericoli della patria.
E suonò per Cola di Rienzo, nella famosa pentecoste del 1347. Dalla mezzanotte dela vigilia di Pentecoste fino alle dieci del mattino dopo, Cola di Rienzo si preparò all'imminente conquista del potere ascoltando le trenta messe dello Spirito Santo.
Poi, narra il suo biografo: "escìo fuora bene e palese, moltitudine di garzoni lo seguivano tutti gridanti; dinanzi di sè facevasi portare da tre buoni uomini de la coniurazione tre confaloni... Ora prende audacia Cola di Rienzo benchè non senza paura, e vanne una col lo vicario del papa e sale il palazzo di Campidoglio... Aveva in suo sussidio forza cento uomini armati. Adunata moltissima moltitudine di gente salio in parlatorio e sì parlò, e fece una bellissima diceria de la miseria e della servitude del popolo di Roma. Poi disse: che per esso amore del papa e per salvezza del popolo di Roma, esponeva la sua persona in ogni pericolo".
Per effettuare il suo colpo di mano, Cola aveva aspettato che fossero assenti da Roma i signori più temuti, questi signori che , non dando nessun peso alle sue manovre, prendendolo per un pazzo o un buffone, si erano divertiti a invitare alle loro tavole il figlio della lavandaia e a sentirgli dire: "Io sarò grande signore o imperatore; tutti questi baroni perseguiterò; quello appenderò; quello decollerò".

Presso
Qui presso era il Porticus Philippi innalzato da L.Marcio Filippo, suocero di Augusto, che recingeva il Tempio d'Ercole, e quello delle Muse.
Fra il Portico d'Ottavia ed il Teatro di Marcello era il Templum Apollinis, dedicato nel 431 a.C. dal console Giulio Manto; da questo tempio partiva la solenne processione che andava al Tempio di Giunone Regina sull'Aventino.

sabato 17 ottobre 2009

PORTA MAGGIORE

Porta Maggiore

Nome datole nel sec.XI per essere in diretta comunicazione colla basilica di S.Maria Maggiore.

I nomi delle Acque
Onorio nel 403, rinnovando le mura, trasse profitto dagli archi monumentali sui quali passava l'acquedotto delle acque:
Marcia, condotta nel 608 da Quinto Marcio Re;
Tepula, condotta nel 627 da Quinto Sevilio Cepione;
Giulia, condotta nel 708 di Roma da Agrippa;
Claudia o Aniene Nuova portata da Claudio nel 41 d.C., per formare l'attuale porta a due fornici, chiamando l'uno Porta Prenestina, e l'altro, Porta Labicana, sostituendoli così alla Porta Esquilina del recinto Serviano, dalla quale egualmente si staccavano le due V. Prenestina e Labicana.

"ad Spem Veterem"

La porta sorge nel luogo, che aveva nome "ad Spem Veterem", dal celebre antico santuario, i cui avanzi acuni vorrebbero nel blocco di costruzione laterizia frapposto fra S.Croce in Gerusalemme e l'acquedotto di Claudio.
In questa contrada, Lampridio pone i giardini Variani, così detti dal nome di famiglia di Eliogabalo figlio di Sesto Vario Marcello, già ville ed orti Epafrodiziani e Torquaziani.
Quì nel 1327 avvenne lo scontro dei Romani coi guelfi alleati di Carlo d'Angiò; e nel 1284 dei Colonnesi con i partigiani di Sisto IV. Nel sec. VII la porta ebbe anche nome di Sessoriana dovuto ai sopra detti giardini Variani o Sessoriani.

Stendhal
"Porta Maggiore (1828) è coperta di terra fino alle cornici, che si possono toccare con mano. Quella massa spessa di 12 o 14 piedi, che è caduta su quasi tutti i monumenti di Roma, è terra e non avanzi di mattoni e calce. Spesso questo fatto è stato spiegato con enfasi; ma la minima logica non lascia neppure un vestigio di tali belle spiegazioni" Stendhal

La tomba del fornaio
Fuori dalla porta è il sepolcro di Marco Vergilio Eurisace, fornaio appaltatore, nel quale sono raffigurati gli oggetti relativi alla sua professione; le colonne sono formate con finte mole di grano; i loculi raffigurano bocche di forno, i rilievi esprimono tutta la lavorazione del pane.
Venne alla luce nella demolizione eseguita nel 1838 delle opere di difesa del recinto aureliano.
Il sepolcro preesisteva all'acquedotto, distante da questo appena m.2.70, mentre è noto che la zona di rispetto ai lati degli acquedotti doveva essere di m.4.50. Appartiene quindi allo scorcio di età repubblicana.
Altra stranezza del bizzarro fondatore della tomba è rilevato da una iscrizione, rinvenuta presso il monumento stesso, nella quale è detto, che gli avanzi del rogo della moglie di Eurisace, di nome Atisia, erano stati deposti in un panarium, ossia in un cinerario di marmo a foggia di madia da riporre il pane.

La basilica sotteranea
Fuori di questa porta il 7 luglio 1856 fu inaugurata la stazione di partenza della ferrovia per Frascati.
In seguito al cedimento di terreno sotto un binario della linea Roma-Napoli, è venuta alla luce nell'aprile del 1917 una basilica sotteranea, che conserva il più importante complesso di stucchi decorativi giunti fino a noi dall'antichità romana e nella quale studiosi eminenti riconoscono- accanto alla Villa dei Misteri di Pompei- la più organica testimonianza di culti misterici.
La basilica era, al momento della scoperta, gravemente danneggiata da infiltrazioni d'acqua, dall'attività di un parassita delo stucco e soprattutto dalle micidiali vibrazioni e scosse provocate dall'andirivieni dei treni.
Oggi, passano sopra la basilica diverse centinaia di treni al giorno, ma non rappresentano più un pericolo, perchè con complessi lavori terminati nel 1952 l'importante complesso è stato completamente isolato.
La fondazione della basilica viene data alla metà del I sec. d.C. e attribuita a un gruppo di ricchi patrizi romani seguaci del neo-pitagorismo. I neopitagorici credevano nella metempsicosi, quindi nell'immortalità dell'anima, e nella necessità di liberarsi con una vita austera dalla schiavitù dei sensi conquistando così la felicità vera ed eterna dell'oltretomba.
A queste teorie si accompagnarono presto pratiche spiritistiche e divinatorie. Il tutto dovette sembrare pericoloso al Senato di Roma, e provocare la chiusura della basilica sotteranea: questa non rivela traccia di restauri antichi e secondo ogni apparenza fu frequentata solo per breve tempo.

venerdì 16 ottobre 2009

VIA FRATTINA

Via Frattina

Il nome ricorda quando questo tratto del Campo Marzio era campagna (Capo le Case, Vite, Vignaccia, Giardino, Fratte, Orto di Napoli ecc.).
Altri deriverebbe il nome da Monsignor Ferratini arcivescovo di Amelia, che alla fine del sec.XV la fece lastricare e che aveva il suo pal. ove ora è il pal. di Propaganda.

Case e Osterie
Una delle prime case costruite in questa V. fu quella dei Gabrielli di Gubbio.
Al n°48 una lapide ricorda l'abitazione del generale Giuseppe Avezzana, ed un'altra al n°10 quella di Mattia Montecchi.
Nel sec.XVIII eravi in fiore la locanda detta di Giacinto.

Le gambe del Pietro
"Ai tempi di Sisto V, Pietro Curtelli (nepote del canonico Curtelli, che aveva beneficato Sisto quando era card.) per avere sotto il predecessore Gregorio XIII rapita e poi sposata una fanciulla, fu per ordine di Sisto impiccato, e tagliategli le gambe vennero appese in V.Frattina, innanzi alla casa della fanciulla.
Siccome gli abitanti dei dintorni si lagnavano per il puzzo che davano le gambe, furono tolte per ordine del papa, e sostituite da due di marmo".(Archivio P.pe Piombino)

Anticamente fra questa V. e quella della Vita e Condotti si trovavano i Castra Urbana.

giovedì 15 ottobre 2009

VIA BORGOGNONA

Via Borgognona

Dalla colonia di cittadini della Borgogna, che nel XV sec. venne ad abitare questa contrada, allora campagna.

Cortigiane
Col tempo questa V. divenne covo di donne equivoche, e solo nella prima metà del sec.XIX Marino Torlonia, coll'edificare il suo palazzo, e il Serny, coll'aprire l'Albergo d'Inghilterra, fecero sparire le casupole che la fiancheffiavano e gli alti gradini su cui aprivansi gli usci, e che questa via aveva comuni con altre esposte alle inondazioni del Tevere.
A proposito delle cortigiane in questa V., ricorderemo l'Avviso di Roma in data 17 agosto 1566:

"I doganieri di Roma si lagnarno col papa del danno delle dogane per la partenza delle meretrici et delli hebrei.
Il papa gli ha detto di volerli osservare li loro capitoli, nelli quali crede non essere mentione di queste case, et che però anco farà in modo, che essi non ne patiranno in alcun modo, ne vuol comportare, che li sia fatto torto nè dalla Camera nè da altro.
Tuttavia le meretrici sono scemate assai, et quelle che tante restano, sono così sbigottite et disperse, et ne sono state amazzate alcune, che si dice essere avvenuto per opera di quelli che tengono le loro robbe in salvo, nondimeno non è certo, altri credono che venga da lor parenti;
alla fine la loro remotione et gli altri rumore di mandarle in Trastevere, N.S. doppo la informatione si è risoluto di lasciare, che il popolo con gli conservatori le accomoda in luoco, che stia bene, et come saranno comodate tutte nella parte di Campo Marzio dall'Arco di Portogallo in qui verso il Popolo, però fuori delle strade grandi, come nelle traverse verso la Trinità"

L'albergo d'Inghilterra
Poscia questa località ed adiacenza divenne un quartiere dei più costosi, e ricorderemo la ballata romanesca, che lo conferma. Il cicerone domanda al forestiere, che entra da Porta del popolo:
"Eccellenza pe' dove commanna?
Er forestiere, che nun sparagna
Dice: Portatemi a piazza di Spagna
In quell'albergo di Serny,
Avete Capito?
Eccellenza sì"

Nel maggio 1848 Gioberti andò ad abitare all'Albergo d'Inghilterra, e la sera del 25, parlò al popolo da una finestra di detto albergo. Gli ammiratori chiesero che V.Borgognona fosse chiamata via Gioberti.
Il 10 giugno Gioberti lasciò Roma dopo essersi benignato di permettere all'albergatore di cambiare il nome della Locanda d'Inghilterra in quella di Locanda Gioberti, il che poi non ebbe luogo.

mercoledì 14 ottobre 2009

VIA DEI GRECI

Via dei Greci

Dall'esservi qui, verso il sec.XV, raggruppati ad abitare i Greci intorno alla loro chiesa di S.Anastasio e al Collegio.
La ch. fu costruita da Gregorio XIII (1580) e per suo ordine vi si trasferì il Collegio che già aveva sede in V.Ripetta.
Per curiosità, ricorderemo, che in questa V. abitò il più che famoso tribuno dei nostri giorni, Coccapieller.

Le peripezie dell'Accademia musicale
Accademia di S.Cecilia: nel 1584 veniva istituita in Roma la Congregazione di S.Cecilia dei virtuosi di musica; e solo nel 1624 evvi un breve di Urbano VIII, che concede alla Congregazione la licenza dell'insegnamento musicale.
Nel 1684 appaiono i primi statuti approvati da Innocenzo XI.
Nel 1658 comincia ad apparire la tassa di un grosso per i soci, e di un giulio mensile per i maestri; in compenso erano sovvenuti se bisognosi, curati in caso di malattia, e rivestiti quando il loro abito non fosse conveniente per la casa di Dio.
La prima sua sede fu la chiesa di S.Paolo a p.Colonna; poi si trasferì nella chiesa di S.M.Maddalena, e nel 1685 a S.Carlo ai Catinari.
Nel 1771 si nominarono congregate anche le donne, e la prima che compare è Maria Rosa Coccia cantante. Nel 1839 la Congregazione prese nome di Accademia.

martedì 13 ottobre 2009

VIA BOCCA DI LEONE

Via Bocca di Leone

"Da una tenuta presso ponte Nomentano nella quale percorre l'acqua di Trevi, e che chiamasi Bocca di Leone, e in questi pressi passando i principali condotti sotteranei di quest'acqua è probabile che traesse il nome la V.
Noi però siamo d'avviso esserle derivata la denominazione da una testa di leone a bocca aperta ed in atto di divorare qualche cosa, che è situata in un pal. posto al principio di questa V." (Rufini)

Pal.Torlonia, che appartenne a Girolamo Bonaparte ex re di Westfalia.

lunedì 12 ottobre 2009

VIA DELLE CARROZZE


Via delle Carrozze

Il nome deriva dai negozi di vetture, che qui erano, e abitanti nei vicini alberghi.
Ricorderemo come il d'Espinchal venuto in Roma alla fine del sec.XVIII così scriveva:
"Per sei paoli si può avere una vettura dalle 6 alle 11 di sera".

"Principarono proprio nel 1595, in Roma, le carrozze, che prima non vi erano che cocchij"
(M.Ant.Valena, "Cose notabili occorse in Roma dal 1526 al 1698").

Un vero e proprio servizio pubblico di vetture fu istituito nel 1850 con le "carrettelle", informi carrozzoni a 2 cavalli, di solito carrozze smesse dalle scuderie dei principi romani.
Poco dopo il 1854 le carrettelle ebbero un altro battesimo: si cominciò a chiamarle "carrozzelle" e ciò si dovette alla loro forma più moderna ed elegante. Verso il 1856 un bel mattino si videro percorrere le vie, carrozze di nuova forma e ad un cavallo e furono dette "timonelle", le quali a poco a poco si trasformarono insensibilmente in quelle, che vennero chiamate "botti", avendo una pancia, che le facevano rassomigliare ad una botte.

Il tassametro
Avevano gli antichi Romani il tassametro? Vitruvio descrive un apparecchio che, adattato alle vetture, che circolavano nel 70 d.C., sarebbe un vero e proprio tassametro, e nella distinta del mobilio dell'imp.Comodo sono menzionate le vettture a contatore.

Garibaldi
In questa V., dice il il Guerrazzi nell"Assedio di Roma", aloggiò Garibaldi in un misero albergo.

domenica 11 ottobre 2009

VIA DELLA CROCE

Via della Croce

"Dalla sua forma che rappresenta appunto una grande croce, o dalla famiglia Croce"(Rufini).
Invece certamente prese il nome da una croce, che era allo sfondo della via, al principio di V.S.Sebastianello, sotto il muro del Pincio.

La posta spagnola
Alla fine del '700, l'ufficio della posta per la corrispondenza di Spagna era all'angolo, che questa via fa con p.di Spagna.

La tentazione del Belli
"Il Principe Poniatowski, che aveva palazzo in V. della Croce (arch.Valadier), si era sposata una ragazza, raccolta nel suo pal. di notte, mentre la sbirraglia la inseguiva per arrestarla. Il Belli entrò come segretario nella casa del principe, dalla quale spontaneamente si allontanò nel 1813, per scrupoli non ben chiari della sua illibata coscienza, evitando, secondo scrive il Tarnassi, la tempesta, che forse una più lunga dimora vi avrebbe fatta nascere, e restando così in pace con tutti, con nessuno in manifesta rottura"(Silvagni).

Locande
Famose, specialmente nelle guide francesi, erano le locande di V.della Croce, ove ordinariamente scendevano i viaggiatori provenienti dalla Francia alla fine del sec. XVIII ai primi del sec. XIX, come: "Lo scudo di Francia","La Città di Parigi","La locanda di Madama Smiller","La locanda e pensione di Madama Demon".

Vicissitudini del Canova
Abitarono questa via, per ricordare solo il '600, molti dei grandi pittori e artisti, specialmente fiamminghi tra i quali Dow, Rubens.
In questa V., angolo con V.Barozzi, oggi Bocca di Leone, abitò Volpato, protettore del Canova, il quale, giunto in Roma povero e sconosciuto, fu ammesso subito nella sua casa. Canova in breve tempo s'innamorò di Domenica, figlia di Volpato e furono conbinate le nozze.
Domenica accettò, ma senza entusiasmo, e Canova si avvide che a mano a mano che si avvicinava il giorno delle nozze, la fidanzata si faceva sempre più triste; intuì che ci doveva essere un mistero e si propose di stare in guardia. Alcuno gli riferì, che sulla sera la fanciulla parlava dalla sua finestra con un giovane. Che fare?
Arruola, per uno scudo, un robusto cascherino, si fa porre nel fondo di una grossa cesta, e con l'aiuto dell'oscurità si fa portare sotto le finestre della fidanzata.
Il tradimento era vero!
Domenica amoreggiava con Raffaele Morghen giovane incisore, alunno del Volpato.
Il matrimonio andò a monte, e Canova fece giuramento di non prendere mai moglie.

sabato 10 ottobre 2009

VIA DELLA VITTORIA

Via della Vittoria

Varie provenienze
Secondo alcuni il nome deriva dalla vecchia scultura raffigurante una corona di foglie intrecciate di alloro e di palma.
Il Rufini crede che vi abitassero due fratelli che, riuscendo sempre vincitori nelle giostre e nelle corse, venivano accompagnati qui, dove abitavano, con grida di: "Vittoria, vittoria!!".
Secondo altri dall'essersi rifugiate nel convento delle Orsoline, qui esistente, durante la rivoluzione francese, le zie del re Luigi XVI, Adelaide e Vittoria.

Garibaldi e i fiumi
Al n°60 di questa via, una lapide ricorda che Giuseppe Garibaldi qui abitò nell'aprile del 1879, e qui ricevette la visita di Umberto I.
Naturalmente, Garibaldi era stato a Roma altre volte (v.delle Coppelle, largo Chigi).
Fra l'altro, nel 1875 era stato ospite a Villa Severini, fuori dell'allora Porta Salaria, dove si era dedicato allo studio di progetti per la sistemazione del Tevere, la costruzione di un canale dal mare a Roma e il risanamento dell'Agro Romano.
Quella dell'idrologia era un po' una fissazione per l'Eroe dei due Mondi, che aveva anche progettato di trasformare il Po in una specie di enorme canale, per evitare gli effetti delle piene e renderlo meglio navigabile.
Meritano di essere ricordati i suoi due progetti relativi al Tevere: deviare il fiume, scavando un'enorme galleria sotto Monte Mario, oppure coprirlo completamente, realizzando sul suo corso (citiamo grosso modo le parole sue) un bel boulevard simile a quelli che costituiscono l'orgoglio di Parigi.
Al suo deciso intervento, in parte, si deve anche la costruzione degli attuali muraglioni, che hanno distrutto tanti angoli pittoreschi, ma hanno anche salvata Roma dalle terribili piene del fiume.

La sorte del tribuno Coccapieller
Nel 1882 rimasto vacante, per la morte di Garibaldi, il 2° collegio elettorale, si fece la nuova elezione.
In quel tempo faceva parte di se Francesco Coccapieller, che si atteggiava a vindice della morale conculcata. Aveva fondato "L'Eco dell'Operaio", che il popolo chiamava il "Carro del Checco", si vedeva passeggiare per Roma pettoruto, con stivaloni guarniti di speroni, con frustino, una specie di cilindro a larghe tese ed il revolver alla cintura.
Ebbe parecchie querele e parecchie condanne; cioò non ostante seguitò a prendere di mira vari cittadini, qualcuno dei quali invero non era uno stinco di santo; la qual cosa gli accrebbe popolarità.
Roma era divisa in due campi, e ciò non poteva portare ad altro che ad una tragedia; questa si svolse nell'osteria della Sora Amelia in V.Vittoria, ove il tribuno e il suo stato maggiore solevano passare la serata.
Una sera entrarono nell'osteria certi Capponi e Tognetti (parente del giustiziato), ci fu scambio di revolverate, ed il Tognetti restò ferito.
Nelle elezioni il Coccapieller venne eletto insieme a Baccelli, Pianciani, Corrazzi e Lorenzini, ed il popolo plaudente non si stancava di fargli dimostrazioni sotto la casa abitata da lui in V.dei Greci.
Ma, in seguito, il tribuno a poco a poco perdette la popolarità e miseramente si spense.

Chiesa di S.Orsola
(ora scuola di recitazione)
edificata nel 1684; nell'annesso convento nel 1876 fu impiantato il "Liceo musicale di S.Cecilia".

venerdì 9 ottobre 2009

VIA DI GESU E MARIA


Via di Gesù e Maria

La Chiesa
L'attuale nome le viene dall'om. chiesa, edificata nel 1640 coi disegni di Carlo Maderno, e col concorso pecuniario del marchese Orsini, e perciò per poco la V. prese nome di Orsinia.
La chiesa ebbe in origine il nome di S.Antonio Abate in Strada Paolina, antica denominazione della prossima V. del Babuino.
Si osservano le tombe dei Bolognetti.
Paolo V fondò l'ordine religioso di Gesù e Maria avente scopo di sostenere la Chiesa contro gli eretici.

giovedì 8 ottobre 2009

VIA LAURINA

Via Laurina

L'antico nome
Prima chiamavasi V.Peregrinorum, come ancora leggesi, caso rarissimo, in una iscrizione situata in una casa, dalla parte di V.del Babuino; sotto la vecchia tarfa una lapide indica dove giunse la piena del Tevere ai tempi di Clemente VIII.

Il nome di Laurina ricorda la campagna qui esistente nel XV sec.
Secondo altri la V. prese il nome dalla duchessa Laura Martinozzi di Modena, nipote del card.Mazzarino, madre di Beatrice Maria regina d'Inghilterra, che nel 1684 qui eresse un monastero per le Orsoline, ove ella stessa fini i suoi giorni.

domenica 4 ottobre 2009

PIAZZA DEL POPOLO

Piazza del Popolo

Pioppi
Popolo deriverebbe dai pioppi (populus) che dall'Augusteo estendevansi fin qui.
Infatti il pioppo, come Virgilio dice:"Populus in fluviis" verdeggia sulle sponde dei fiumi.

La chiesa del Popolo
La tradizione popolare fa derivare il nome della chiesa di S.Maria, edificata nel 1099 da Pasquale II per liberare il Popolo dalle apparizioni di Nerone, che sapevasi sepolto nella tomba dei Domizi, corrispondente ove è l'altare maggiore della chiesa.
"Plebes, pievi, popoli erano i nomi medievali delle parrocchie, massimamente campestri, e perciò la denominazione proviene da un gruppo di case ed abitazioni, populus, formato non appena edificata la chiesa in quel luogo già deserto. Tuttora nei dintorni di Firenze è vivissima la voce popolo in cambio di parrocchia" (Armellini).

Il Trullo
La piazza fu pure detta del Trullo da un massiccio avanzo quadrato di antica fabbrica, creduto il sepolcro di Marcello, che fu cominciato a smantellare da Clemente VII e fu completamente distrutto da Paolo III.
Altro grande sepolcro sorgeva tra il Corso e V.del Babuino, che il Lanciani ha segnato nella sua "Forma Urbis" col nome di Mausoleum.
Nell'antichità, in questi pressi, il 15 Marzo,
si celebrava la sollennità popolare di Anna Perenna dea dell'anno, che la tradizione dice sorela di Didone; essa, fuggita da Cartagine, fu accolta benevolmente da Enea, ma poi, per felosia di Lavinia, dovette gettarsi nel fiume Numicio.

Soliti proventi
Pare che le spese per selciare la piazza fossero pagate da Alessandro VI con i proventi d'una tassa speciale imposta ai gestori dei lupanari e alle prostitute. L'uso di destinare a lavori d'utilità pubblica le tasse sulle meretrici risaliva a Settimio Severo.

Lo stato attuale della piazza si deve a Pio VII (1800-23) su disegni del Valadier.

Uno scherzo cruento
Un gioco favorito dei romani nelle belle sere d'estate consisteva nel portare qualcuno presso l'obelisco di piazza del Popolo e poi, bendatigli gli occhi, intimargli di imboccare il Corso.
Tra grandi risate degli astanti, l'infelice non ci riusciva quasi mai, ed in genere andava a sbattere contro le colonne delle chiese o ad incespicare nei gradini.

Le chiese finte gemelle
Un altro giochetto meno cruento e che si può fare tutt'oggi è relativo all'apparente perfetta uguaglianza delle due chiese "gemelle" di S.Maria dei Miracoli e di S.Maria in Montesanto. Conduciamo qualcuno presso Porta del Popolo e chiediamogli di stabilire se le due chiese sono uguali o no- salvo dettagli secondari, come le statue e i campanili.
A men che il nostro "qualcuno" non sia particolarmente furbo o animato da spirito di contraddizione dirà certamente sì, le due chiese sono gemelle.
In realtà tali appaiono.
Ma andiamo a vederle da vicino, possibilmente anche da dentro: non solo sono diversissime, ma quella di sinistra è addirittura quasi due volte più vasta dell'altra!
Inoltre la cupola è di forma del tutto differente e anche la pianta: S.Maria dei Miracoli è elittica, S.Maria in Montesanto circolare.

I carbonari
In piazza del Popolo, il 23 novembre 1825, furono decapitati i carbonari Leonida Montanari e Angiolo Targhini "rei", si legge nelle Annotazioni delle Giustizie eseguite da Gio. Batta. Bugatti e dal suo successore Vincenzo Balducci, di "lesa maestà e per ferite con pericolo" ( avevano tentato di uccidere una spia).
Una relazione della confraternita di San Giovanni Decollato riferisce che sino ai piedi del patibolo i confratelli cercarono di convincere i due massoni e carbonari a dichiararsi pentiti e a ricevere gli estremi sacramenti.
"A che servono tante preghiere?" rispose Tanghini. "Sono uomo ancor io, e ben mi sento commosso da queste, ma nu'altro però operano su di me, che son risoluto a morire". E poco prima che la mannaia gli troncasse il collo, gridò:
"Popolo, io moro senza delitti, ma moro Massone e Carbonaro!"
Montanari invece accolse i tentativi dei confratelli con decisa ostilità: il suo ultimo saluto al mondo fu una serie di ingiurie ai confortatori di San Giovanni Decollato e a quanti altri gli erano d'intorno.

Ultimo e speciale supplizio
In Piazza del Popolo, il 23 Gennaio 1826, si eseguì l'ultima mazzolatura semplice, cioè senza aggiunta di squarto. Il suppliziato era Giuseppe Franconi, reo di avere ucciso per rapina un ecclesiastico.
Dal 12 Ottobre 1816 a Roma era rientrata in uso la ghigliottina (già usata dal tempo dei francesi, fra il 1810 e il 1813): per il Franconi si tornò alla più vecchia e ben più penosa forma di supplizio probabilmente perchè il delitto era stato da lui compiuto a spese non d'un civile ma d'un ecclesiastico, persona sacra.

sabato 3 ottobre 2009

VIA BEATRICE CENCI


Via Beatrice Cenci

Patricidio
Beatrice figlia del conte Francesco nacque nel tetro pal.Cenci; vittima delle dissolutezze paterne; d'accordo con quei di sua famiglia lo fece uccidere.
Clemente VIII la fece decapitare a 24 anni a P. di ponte S.Angelo l'11 Settembre 1599, dopo essere stata in prigione a Corte Savella; venne sepolta in S.Pietro in Montorio.
I beni di questa famiglia, compresa parte della villa, poi detta Borghese, furono incamerati e da Paolo V donati alla propria famiglia.
Chiesa di S.Tommaso dei Cenci, già detta S.Tommaso a Capo Mole o de Monte Mola per la sua vicinanza alle mole tiberine ed anche S.Tommaso Fraternitatis, per essere stata la sede del "Caput Romanae fraternitatis".
Oggi appartiene all Confraternita dei vetturini, ed ogni anno, nell'anniversario della morte di Beatrice, viene detta una messa in suffragio dell'anima sua.
Quì venne seppellito Giacomo Cenci, anche lui giustiziato per l'uccisione del padre in complicità con Beatrice.

I dettagli dell'omicidio
Il delitto fu commesso nel castello di Petrella Salto, in provicncia di Rieti, per istigazione della figlia Beatrice e con la connivenza degli altri due figli e della moglie Lucrezia.
Francesco Cenci era un uomo violento e malvagio. Costretto a sborsare un'ammenda di centomila scudi per "vizio nefando", decise di ridurre le spese e di ritirarsi nel castello della Petrella, preso in affitto dai Colonna.
Qui visse dunque con la moglie Lucrezia, sposata in seconde nozze, e con i figli Giacomo, Beatrice e Bernardo. Come avrebbe detto poi Beatrice durante il processo, Francesco brutalizzava moglie e figli e infieriva soprattutto contro Beatrice, che prendeva a nerbate e tentò persino di violentarle.
Incapace di tollerare più a lungo, Beatrice decide di porre fine alle sevizie; d'accordo con i familiari, si concede al castellano della Petrella, convincendolo a commettere il delitto.
Giacomo si reca a Roma e manda l'oppio e la radica rossa che serviranno a addormentare profondamente Francesco. Olimpo Calvetti, il castellano, e un sicario da lui assoldato, Marzio Catalano, vibreranno il colpo mortale. Il 9 settembre 1598, infatti, i due entrano nella camera di Francesco e lo finiscono a martellate.
Gettato il cadavere dalle mura, i congiurati tentano poi di far credere che Francesco sia caduto per disgrazia; ma gli inquirenti non si lasciano convincere e arrestano tutti i Cenci e Marzio Catalano.
Il Calvetti riesce a eclissarsi, ma Giacomo, consigliato anche da un parente, monsignor Guerra, lo fa raggiungere e tacere per sempre.
Durante gli interrogatori Lucrezia nega qualunque addebito e giunge al punto di non dire nemmeno il proprio nome, Giacomo accusa gli altri; solo Beatrice tiene testa agli accusatori, rispondendo con sarcasmo e negando tutto.
Infine i Cenci sono condannati: Lucrezia e Beatrice alla decapitazione, Giacomo a essere attanagliato e poi percosso in testa con un magio fino alla morte.
A Bernardo, in considerazione della giovane età, si fa grazia della vita, ma è condannato ad assistere alle esecuzioni dei suoi parenti e complici e alla galera a vita.
Inoltre, la grazia gli viene comunicata con ritardo: per pura e semplice crudeltà, osservano esperti di procedura del tempo.

Grazia mancata
Papa Clemente VIII pareva disposto ad usare clemenza verso la famiglia Cenci, condiserando il turpe carattere di Francesco, quando gli venne data notizia di un matricidio:
Paolo Santacroce aveva ucciso a Subiaco, con un pugnale, la madre, principessa di Santacroce.
Una lettera scritta da Paolo al fratello maggiore Onofrio rivela che Paolo accusava presso il fratello la pessima condotta della madre, che sarebbe stata incinta.
In realtà la povera donna era idropica e l'unica colpa sua consisteva nell'aver negato a Paolo tutte le sue ricchezze in eredità. Avuto il permesso dal fratello di lavare l'onta familiare, Paolo Santacroce aveva spacciato la madre.
Da tale turpe crimine fu talmente indisposto papa Clemente, che scacciò dal cuore ogni indulgenza e condannò a morte i Cenci.

Cippo sepolcrale romano
Nella piazzetta davanti la Chiesa, ci sono due marmi antichi: l'uno, fra le due porte della chiesa, è un'ara ornata di grifi e superiormente incavata, l'altro nella casetta contigua un cippo sepolcrale romano, dedicato a Caio Cincio Saliandro, dai figli Marciano, Tanuario, Severo ed Eradanio, cui Cristoforo padre di Francesco Cenci diceva di risalire!
"Ma il popolo sdegnoso di tanta vanteria, mentre dice, che l'ara è l'acquasantiera della bella Cencia, maligna che l'altro sia un marmo, che il malvagio ed eretico Francesco pose sulla carogna di un suo cane, dopo averla interrata in luogo sacro" (C.Ricci)

VIA DEL VANTAGGIO

Via del Vantaggio

Bartolomeo dell'Avvantaggio, abbreviatore pontificio nella metà del sec.XVI, vi ebbe casa.

Prima del Lungotevere

Nominare questa V., che faceva capo a fiume, prima della costruzione del Lungotevere, in gergo romanesco, conteneva un senso di minaccia.
Infatti il Belli dice:
"Per via cher vicoletto der Vantaggio,
Sor cavajere mio, riesce a fiume."

Lapidi commemorative
Lapidi (ora sparite), che ricordavano le visite fatte al Wicar per ammirare il suo quadro "La Resurrezione del figliolo e della vedova di Naim", da Francesco I d'Austria (1819), Federico Guglielmo di Prussia (1822), Francesco I di Napoli (1825) e Pio VII (1820).

venerdì 2 ottobre 2009

SANTA CROCE IN GERUSALEMME

Santa Croce in Gerusalemme

Le reliquie di S.Elena
Vuole la pia legenda che S.Elena, madre di Costantino, nel 326 d.C. facendo fare scavi sul Monte Calvario, trovasse la Croce che servì al martirio di Gesù. Una parte la mandò in dono a Costantino, un'altra a Roma ove, forse in un'aula del pal.Sessorio, fabbricossi questa basilica per custodirla, e altra parte la lasciò a Gerusalemme.
La Chiesa cattolica decretò due feste, che ricordassero l'Invenzione (3 Maggio) e l'Esaltazione della S. Croce (14 settembre); questa festa prese una grande importanza allorchè nel 620 Eraclio, vincitore dei Persiani, costrinse questi a restituire quella parte della vera croce che Cosroe II nel 614 aveva portato via da Gerusalemme.
Dal 1885 ha luogo, nella Settimana Santa, la solenne Processione di Penitenza e quindi, dopo la benedizione, si procede all'esposizione della SS.Croce e delle Reliquie della Passione.
S.Elena recò la terra dal Cavario, e ne cosparse il piano della cappella, che oggi è a lei dedicata.
Nella Cappella delle Reliquie si conservano, oltre ai tre pezzi della Croce, un chiodo e una parte del "titolo", due spine della corona e, all'inizio della scala, il braccio trasversale della croce del buon ladrone, San Disma; vi si aggiunga un dito di S.Tommaso: quello stesso che il diffidente apostolo affondò nel costato di Gesù.
Andati i papi in Avignone, la chiesa fu abbandonata e cadde in rovina. Nel 1492 il card. Pietro di Mendoza facendo rifare il tetto scoprì la reliquia della Croce nel mezzo dell'arco della triburna; fu ritrovata come era stata rinchiusa più di mille anni addietro, in una cassa di piombo con tre sigilli; iscrizioni erano sulla muraglia.

Sessorium
La chiesa è una delle 7 maggiori basiliche di Roma, e viene chiamata Sessoriana per essere stata costruita sul pal.dell'imp. Eliogabalo, che, quale soggiorno per i suoi vizi e corruzioni, chiamò Sessorium.
In detto palazzo abitarono gli ultimi imperatori, e, quì presso, il medesimo Eliogabalo ebbe i giardini detti Variani da Sesto Vario suo padre. Per rinchiudere questo pal. nelle mura di Roma, Aureliano fece fare al recinto della città quell'ampio gomito, che tutt'ora si vede presso l'anfiteatro Castrense.

Ai tempi di Sisto III la basilica venne detta Heleniana, la qual cosa spiegherebbe perchè Costantino scegliesse questo luogo, dove probabilmente abitò sua madre, per edificare il nuovo edificio.

Venerdì Santo
S.Gregorio I le dette il titolo cardinalizio e vi pose la così detta Stazione quaresimale di Venerdì Santo. Il Venerdì Santo è anche detto in Parasceve dall'apparecchio dei cibi e di tutto l'occorente, che facevano gli Ebrei in questo giorno, per essere liberi da faccende nel seguente giorno festivo del Sabato.

La Rosa d'Oro
Quì veniva benedetta la Rosa d'Oro, che ogni anni era mandata in regalo ad una sovrana cattolica:
"Nella quarta domenica di quaresima, chiamata della Rosa e dell'Annunziazione, era percorsa dal Pontefice a cavallo nell'andare a cantare messa alla Gerusalemme; nell'andata portava una rosa in mano ed in cui era infuso del balsamo e del muschio, e che da poi sostenevala in molte parti della messa. Celebrata la quale, sostenendo in mano la rosa medesima, ragionava moralmente ed intorno l'odore, che dessa metteva, e quindi finito il sermone ritornava a cavalcare pel Laterano; dove arrivato la donava al Predetto di Roma, vestito di scarlatto e di porpora con calze una rossa ed una dorata, e con la mano sinistra tenente ferma la staffa del cavallo, per prendere con molta reverenza quel fiore. Rito che va interpretato allegoricamente"(Adinolfi).

Monte Cipollaro
Presso la piazza era una piccola collina chiamata Monte Cipollaro, perchè vi si coltivavano gli agli e le cipolle, i cui fiori servivano per la baldoria della festa di S.Giovanni. Benedetto XIV, volendo sistemare la via già aperta da Sisto V nel 1585, che era detta Stradone degli Olmi e Felice, fece spianare la collinetta che nascondeva il portico della chiesa, che egli fece rifare, alla vista del pubblico; e vi fece piantare molte centinaia di morogelsi.

S.Maria de' Spazzolari del Buon Aiuto
Da una parte della piazza si osserva una chiesetta nominata
S.Maria de' Spazzolari del Buon Aiuto, appartenente alla congregazione del Buon Aiuto; la cagione della prima denominazione è ignota, ma secondo l'Armellini, il popolino scherzando la chiamava così, perchè il custode della medesima ogni sera raccoglieva, ossia spazzolava le elemosine, che i fedeli deponevano sui gradini.