giovedì 26 novembre 2009

VIA DI SANTA MARIA DELL'ANIMA


Via di Santa Maria dell'Anima

Durante il '400, la maggior parte di questa V., essendo fiancheggiata da proprietà della famiglia Mellini, era detta Mellina, o di S.Agnese.

L'immagine di Maria
Dove ora sorge la chiesa di Santa Maria dell'Anima, nel '500 si rinvenne una immagine di Maria seduta, avente due fedeli prostrati ai suoi piedi, simboleggianti due anime che pregavano, da ciò il nome della via. La chiesa è architettura di Sangallo e La sacra Famiglia sull'altare è di Giulio Romano.
Chiesa e attiguo ospizio vennero fondati da un tal Giovanni di Pietro, fiammingo, a benefizio dei suoi connazionali.

I marmi di Domiziano
Chiesa di S.Nicola dei Lorenesi, già S.Caterina, ha la facciata formata coi marmi dell'antico stadio di Domiziano.

La torre di Via di Tor Millina
Dalla famiglia Millini o Mellini, una delle più nobili ed antiche di Roma.
Cresciuta in ricchezze si divise in due rami: uno ebbe le case di S.Salvatore in Onda, l'altro, più noto, quelle che erano in questa V. in modo da dare il nome non solo alla contrada, ma anche ad una chiesa, che qui sorgeva dedicata a S.Nicola, detta de Mellini.
Delle loro sontuose dimore rimane quasi più nulla, perchè la maggior parte venne acquistata da Innocenzo X per accrescere il pal.Pamphilj. Tuttavia sorge ancora ben conservata la torre, ora ridotta ad abitazione di privati, manifesta opera del principio del sec.XIV.
Sull'alto di essa, nel parapetto sopra i beccatelli si legge ancora a caratteri di terra cotta: Mellini.
Sulle pareti si scorgono traccie di graffiti.

sabato 14 novembre 2009

VIA ARCO DELLA CIAMBELLA


Via Arco della Ciambella

Varie provenienze
Dagli avanzi semicircolari ancora esistenti, nel medio evo detti "Lo Rotulo", di un'antica sala di aspetto, o secondo altri del Laconico o Va
porario delle Terme di Agrippa;
secondo Flaminio Vacca, volendo il card.Della Valle cavar tesori, fece qui scavare, e trovò la gran corona di metallo dorato, che guarniva l'occhio della volta o tolo della scala, e avendo forma rotonda i cavatori dissero:"Ecco la Ciambella".
Il Lanciani non crede a questa storiella, avendosi memoria di una osteria di tal nome dal giubileo di Alessandro VI.
Il nome probabilmente deriva da uno scalpellino nominato Ciambella, che qui aveva bottega.

L'arco fu demolito nel pontificato di Gregorio XV.

L'edicola miracolosa
"Osservasi l'immagine della Madonna che il 9 Luglio 1796 aprì le pupille, rinnovandosi questo miracolo per tre settimane".(Marchetti)

La sala delle Terme
"La strada presente taglia la gran sala delle Terme, trapassando sotto uno dei due ingressi arcuati, che mettevano anticamente in essa. Da tale trapasso sotto i detti archi, è rimansto il nome di Arco della Strada"(Maes).

lunedì 9 novembre 2009

S.MARIA IN TRASTEVERE


S.Maria in Trastevere

Dalla chiesa om. edificata nel 340 da Giulio I. Fu la prima innalzata in onore della madre di Dio, e venne chiamata Titulus Callixtu, dal famoso trasteverino Callisto, che quì aveva sue proprietà, e nelle quali continuò ad abitare anche quando fu innalzato il ponteficato.

Questa chiesa fu anche detta Fons Olei, perchè, racconta Dione Cassio nel 753 a Roma, poco prima della nascita del Redentore, vi scaturì una sorgente d'olio (nafta).

I mosaici della facciata sono dei tempi di Innocenzo II.
Si crede che le 24 colonne della basilica appartennero all'Iseo Campense, donde l'avrebbe tolte Innocenzo II, che fece inoltre il campanile e la fontana, che adorna la piazza.


Il papa nel pozzo
In questo luogo il pontefice fu gittato in un pozzo, ed il cadavere fu sepolto nel cimitero di Calepodio, fuori Porta S.Pancrazio, da dove Gregorio IV nell'828 lo tolse, insieme al corpo di S.Cornelio, per deporli in questa chiesa.

Vino e Cristianesimo
Il tempio occuopa l'area dell'antichissima Taberna Meritoria, cioè il quartiere dei soldati veterani, benemeriti della patria; presso la quale era la caserma per i marinai della flotta di Ravenna.

Da Lampridio sappiamo, che presso il luogo ove è S.Maria in Trastevere, eravi un oratorio, che era stato tolto ai Cristiani poco prima che Alessandro Severo salisse al trono e vi erano state poste le Cellae Vinariae, specie di deposito di vino.
I cristiani ricorsero a detto imperatore per riavere quel locale, ed egli appagò il loro desiderio, decretando essere meglio consacrare un luogo a Dio, che abbandonarlo ai bevitori di vino.
Si crede che Mammea, madre di Alessandro Severo, fosse cristiana. Sulla porta del suo palazzo, che aveva aperto al pubblico per rendervi giustizia, aveva fatto scrivere questa evangelica sentenza "Quod tibi fieri non vis, alteri ne faceris", e sembra che avesse persino l'idea di innalzare un tempio a Gesù.

La pietra degli Angeli
"Sul Gianicolo esisteva un tempietto dedicato agli Angeli, eretto sul posto ove era una pietra sulla quale una pia tradizione voleva che si genuflettessero gli Angeli presenti alla crocefissione di S.Pietro; quella pietra venne trasportata per ordine del vescovo Deattis in S.Silvestro e Dorotea nel sec.XVI, e quindi in S.Maria in Trastevere" (Terribilini)

Labirinti
Nel sec.XII furono di moda nelle chiese i laberinti; ne fu conservato uno in questa chiesa fino al 1850; era formato così: nel pavimento stava segnata una via, che faceva 6 giri concentrici, con piccole lastre di marmo colorato, divisa da una balaustra marmorea bassa e di m.3.33 di diametro, in cui in mosaico colorato era indicata un'altra via. Il significato simbolico era il seguente: l'uomo chiuso nei corridoi inestricabili del vizio, non ne può uscire, se la grazia divina non gli fornisce il filo.

Iscrizioni
Nell'atrio sono notevoli due iscrizioni: in una un certo Cocceius, liberto imperiale, ricorda che nella sua vita coniugale, durata 45 anni e 11 giorni, non ebbe mai lite con sua moglie Nice!
L'altra in cui un ignoto marito chiama Attidia: moglie rarissima!

Antico cimitero
"A fianco della navata della basilica, sussiste ancora, in parte, l'antico cimitero per i morti della parrocchia (fino al 1847), e quelli rilevati nelle campagne dall'Arciconfraternita della Morte (fino al 1585). In detto cimitero si facevano le rappresentazini sacre dell'ottavario dei morti"(Bevignani)

giovedì 29 ottobre 2009

PIAZZA DELLA MADDALENA


Piazza della Maddalena

La P. fu aperta da Urbano VIII, come da lapide ivi esistente. Quì anticamente giungevano le Terme Alessandrine.

Una chiesa di zucchero
Prende nome dalla chiesa om. cominciata nel 1676; la facciata barocca è opera di Giuseppe Sardi.
Oltre che sulle casette di S.Ignazio (v.) e sulle opere del Borromini, gli strali della critica neoclassica si appuntarono contro la chiesa della Maddalena, fantasiosa delizia del rococò (si veda soprattutto la sagrestia, forse la più bella di Roma).
In particolare fu criticata la facciata; un neoclassico la definì "il non plus ultra del gusto stravolto" tacendone volutamente l'autore "perchè non degno di essere nominato"; il Gnoli, con aria di saccente disprezzo la disse "tutta lavorata come fosse di zucchero".

Il frate dragone

Nella Chiesa della Maddalena è sepolta Teresa Benicelli, fanciulla romana morta d'amore per Pio Pratesi, cadetto dei dragoni del papa, che aveva dovuto lasciare per volontà dei parenti.
Un giorno, sorpresa mentre scriveva al suo innamorato, fu aspramente redarguita dai fratelli che non la lasciaron più in pace, e con intrighi ottennero di far trasferire il Pratesi a Viterbo. La fanciulla spasimante divenne melanconica e deperì in tal modo che il medico curante avvertì la famiglia che ogni speranza di guarigione era perduta. Allora i parenti, mutato parere, permisero al giovane di venirla a visitare; il giovane venne, ed entrato nella camera della moribonda, se la strinse al seno baciandola, ma ella ebbe solo forza di dire "E' troppo tardi".
Dopo tre giorni morì, e tutta Roma prese parte ai funerali in S.Salvatore in Lauro.
Nel mezzo del tempio eretto il catafalco ove sopra era visibile la povera Teresa vestita da sposa; improvvisamente il giovane ufficiale si appressò alla bara, baciò in fronte la povera morta e preso un fiore che ella aveva sul petto, fuggì.
Il Pratesi, giunto a casa, puntò la pistola al cuore, e per due volte fece inutilmente scattare il grilletto; allora, come per divino avvertimento si recò alla chiesa dei Cappuccini. Otto giorni dopo il giovane venticinquenne vestiva il saio, e passati 2 anni, padre Pacifico, che tale fu il nome preso, celebrava la sua prima messa sulla tombra dell'amata Teresa.

VIA DI MONTE BRIANZO


Via di Monte Brianzo

Secondo alcuni, deve il nome alla colonia, quì stabilita, di cittadini di Briançon, che Gregorio XI nel 1376 condusse a Roma, quando ristabilì la sede papale;
Secondo altri dalla colonia, che quì si stabilì di cittadini della Brianza, che facevano commercio di vino.

Quando Sisto IV nel 1471 sistemò e lastricò la via, questa prese per poco il nome di V.Sistina.

La chiesa dei Tintori
Chiesa di S.Lucia della Tinta, già detta S.Lucia Quatuor Portarum, dalle quattre vicine piccole porte, che si aprivano nelle mura, che costeggiavano il Tevere. L'appellativo della Tinta deriva dall'essere questa la contrada ove erano riuniti i tintori di stoffe, e la chiesa appartenne alla loro corporazione.

La Torre
Torre di S.Lucia, l'ultima esistente della cinta di mura, che proteggeva Roma dalla parte del Tevere e propriamente a difesa della posterula Tiberina; altra consimile venne demolita ai nostri giorni in V. del Melangolo.

domenica 25 ottobre 2009

BASILICA DI SANT'AMBROGIO E CARLO

Basilica di Sant'Ambrogio e Carlo

Dalla chiesa, al Corso, dedicata al nobile milanese S.Carlo Borromeo (1538-1584), che da card. abitò in Roma al pal. Altemps e poi al palazzo Colonna.
La chiesa è pure dedicata a S.Ambrogio, e fu costruita dalla nazione Lombarda, essendo papa Sito IV (1471), nel luogo ove era una piccola cappella in onore di S.Nicolò del Tufo. Nel 1612 il card.Omodei, su disegni di Onorio Longhi, la riedificò. La cupola, la tribuna e l'altar maggiore sono opera di Pietro da Cortona; la facciata del prete G.B.Menicucci e dal cappuccino Mario da Canepina.
Dietro l'altar maggiore conservasi il cuore di S.Carlo Borromeo.

L'Arcadia
Aderente alla Chiesa è la sede dell'Arcadia. Nela seconda metà del sec.XVI, Cristina di Svezia, nel pal.Riario istituì l'Accademia Reale, che poi divenne l'Arcadia.

Il rogo dei Cesari
Quì era l'Ustrino o rogo dei Cesari rinvenuto nel 1777 a 4 m. di profondità, ove furono cremati i cadaveri di Marcello, Ottavio, Caio, e Lucio Cesare, Augusto, Tiberio, Claudio ecc. L'Ustrino era un giardino ombreggiato da pioppi; chiuso da una cancellata in bronzo, con in mezzo il rogo in marmo bianco.
All'ingresso Augusto aveva fatto murare le famose tavole di bronzo, che narravano i suoi fausti, che poi presero il nome di Ancyranae, essendone stata travata una copia nelle rovine del tempio di Augusto ad Ancyra nell'Asia Minore; le originali erano già da secoli smarrite.

Cucina di piazza
In questa piazza per tutto il sec. XVIII si friggeva il pesce, ed in grandi caldaie si cuocevano trippe ed erbaggi.

martedì 20 ottobre 2009

VICOLO DELL'ORSO

Vicolo dell'Orso

Circa tale denominazione vi sono opinioni diverse...

Gli Orsini
Gli Orsini nel medioevo, come dalle torri guelfe si notava, erano signori di questa contrada; e perciò da un loro stemma in marmo raffigurante un orso, che era all'angolo di V. del Soldato, avrebbe preso il nome la via. Secondo l'Adinolfi invece, avendo Nicolò III donato ad un Orso Colonna il Castel S.Angelo e due torri, che erano alla estremità di questa via, dalle quali egli riscuoteva la gabella sulle barche che passavano pel fiume, la V. avrebbe avuto da detto Orso il nome.

Il goffo bassorilievo
Il Maes crede che il nome derivi da un antico bassorilievo rappresentante un leone che si azzuffa con un cervo, nel quale il leone era rappresentato con tanta goffaggine che dal volgo poteva scambiarsi per un orso. Detto bassorilievo è incastrato all'angolo di V.del Soldato.

L'albergo dell'Orso
Infine altri crede dall'insegna dell'albergo (prima Osteria), tutt'ora esistente, ove abitò Montaigne, Rabelais e forse Dante, ambasciatore presso Bonifacio VIII nel giubileo del 1300, e secondo il Noack anche il Goethe, la prima volta che giunse in Roma nel 1786.
Non sappiamo gli altri, ma spesso Montaigne rischiava di uscire in barca, quando il tempo era piovoso: allora il Tevere rompeva proprio davanti all'Osteria, per allagare l'intera città.
In compenso, la locanda era ammobiliata assai riccamente, con un fasto che Parigi avrebbe potuto invidiare, e non vi mancavano bronzi, dorature, broccati di seta e d'oro degni di una corte.
Lo scheletro in gabinetto
Nella caditoia (cioè latrina pensile) medievale che sporge dal fianco dell'albergo dell'Orso, e che era murata probabilmente da secoli, fu trovato nel giugno 1936 uno scheletro d'ignoto.
Il ritrovamento avvenne nel corso di lavori di restauro. Alcuni denti robusti e sani confitti in un pezzo di mascella fecero pensare che lo scheletro fosse appartenuto a un giovane.

L'intraprendente Vannozza
Al capo opposto della via rispetto all'Osteria dell'Orso ce n'era una intitolata a un'altra fiera, il Leone. Era condotta da Vannozza de'Catanei, l'amante di Rodrigo Borgia, papa Allessandro VI, allora sposata a Jorno o Giorgio della Croce e poi in seconde (o,secondo alcuni, terze) nozze a Carlo Canale.
Vannozza e Carlo, in un anno di recessione, ottennero dal papa Alessandro di poter vendere vino senza averne pagato la bolletta.

La V. ebbe pure nome di Sistina da Sisto IV che la fece lastricare.

In questa contrada, sostituita poi da V.Condotti e p.di Spagna, affluivano i migliori ospiti che capitavano a Roma e, grazie ai bisogni della clientela, vi si erano stabiliti anche nolleggiatori di portantine, vetture e presta cavalli, dai quali un vic. poco discosto prese il nome.
La V. faceva parte dell'itinerario percorso dai papi, e perciò detta Pontificium, da non confondere con la V.Papae; in essa erano le note locande ciquecentesche della Stella e della Croce Bianca; era fiancheggiata dalla Chiesa di S.Maria de Ursis, o in Posterula, e dall'altra di S.Biagio della Tinta, così detta perchè prossima alle botteghe dei tintori, nel sec.XVI. Vi fu anche un deposito di frumento.

lunedì 19 ottobre 2009

PORTICO D'OTTAVIA


Portico d'Ottavia

Dagli avanzi dell'ingresso al sontuoso portico eretto da Augusto, e dedicato a sua sorella Ottavia, per comodo del popolo che assisteva agli spettacoli nel prossimo teatro eretto in onore di suo nepote Marcello.
Il portico aveva più di 300 colonne con capitelli corinzi; venne quasi distrutto da un incendio ai tempi di Tito.

La firma degli architetti spartani
"Sauro e Batraco arch.spartani edificarono per ordine di Quinto Metello, i due templi a Giove e Giunone (del primo non esiste più nulla, al secondo appartiene la colossale colonna che si vede presso l'angolo di una casa in V.S.Angelo in Pescheria) racchiusi nell'ammirabile Portico d'Ottavia, i quali, vedendosi negato il permesso di apporvi il proprio nome, delusero la proibizione con una specie di rebus. Vale a dire scolpirono sui capitelli delle colonne due animali, la cui denominazione corrispondeva precisamente ai loro nomi, cioè lucertola (in greco saurus) e la rana (batracos).
uno di questi capitelli si vede in S.Lorenzo fuori le mura" (Maes)

La statua di Cornelia

Quì fu consacrata a Cornelia, madre dei Gracchi, una statua in bronzo, seduta; la statua fu la prima eretta in Roma in onore di una donna, nonostante l'opposizione di Catone. Nel 1878, fra le macerie del luogo tornò alla luce solamente il piedistallo ove si legge: Cornelia Africani F.Gracchorum.

La biblioteca
Augusto in questo portico pose una biblioteca, che donò al popolo. Per mero caso sappiamo il nome di un impiegato di questa: Hymnus Aurelianus, del quale è l'iscrizione funebre in uno dei colombari della vigna Codini.
Ricorderemo come in seguito a discordie domestiche i genitori talvolta diseredavano i figli. Infatti Caio Melisso di Spoleto, nato libero, ma ob discordiam parentum expositus, divenuto schiavo, fu acquistato da Mecenate, che lo destinò a suo grammatico e lo tenne come amico. La madre, venuta a sapere della sorte de figlio, volle redimerlo; egli ricusò di tornare alla condizione della sua origine, e remansit in servitute, finchè Augusto lo liberò e fattagli ordinare la biblioteca del Portico di Ottavia, ve lo nominò direttore.

La pescheria
Fra i ruderi di questo portico giaceva sepolta la statua in marmo della più leggiadra dea, La Venere dei Medici; sopra essa gli ebrei tenevano il più sudicio dei mercati, vendendo pesci esposti sopra antiche lastre di marmo, e perciò la V.era detta della Pescheria.
Degne di nota le iscrizioni nel pilastro, presso il cancello: quella che vieta i giuochi sulla piazza:
"D'ordine dell'Ill.mo e Rev.mo Mons. Govern. di Roma si proibisce il poter giocare a- veruna sorte di giuoco anche lecita in- questa piazza e sue pertinenze e botteghe- sotto pene ad arbitrio";
e l'altra a destra "Capita piscium- hoc marmoreo schemate longitudine- majorum usque ad primas pinnas- inclusive Conservatoribus- danto".Questa usanza rimontava al XIV sec.
La lapide informa che tutti i pesci che avessero superato la lunghezza della lapide stessa dovevano essere decapitati "fino alle prime penne incluse" (
usque ad primas pinnas- inclusive) e le teste date ai Conservatori in Campidoglio. La lapide, come l'altra del Campidoglio, misura metri 1,13.
La testa del pesce era considerata (a ragione dicono i buongustai) la parte più prelibata, ed era utilizzata per zuppe. Ogni contravvenzione alla norma comportava una multa di ben dieci fiorini d'oro.

A proposito dei pesci, ricorderemo che i monelli romani, quando dall'odore dei pesci ne arguivano la poca freschezza, intonavano intorno al malcapitato venditore, questa canzoncina: "Er sor Cario che viè dall'olanda e pe' strada incontra la banda, je piaceno li soni, purchè sieno strumenti boni. Zunnenanà, zunnenanà, ecco la banda che passa di qua!"
Tuttora a Roma quando il pesce puzza si dice "c'è Carluccio" o "che banda!".

Le campane di S.Angelo
Entro il portico è la chiesa di S.Angelo in Pescheria, detta anche S.Angelo Pescivendolo, nel Medioevo archivio comunale, la di cui campana maggiore, del 1291, porta questa iscrizione:
"An MCCXXCI ad honorem Dei et M.M.V. et S.Angeli"- Mentem sanctam spontaneam honorem Dominis et Patrie liberationem D. Rodulphus de Sabello fecit dieri hoc opus phus - De Dottis me fecit". La frase "Patria liberationem" ricorda il suono delle campane a martello per chiamare i cittadini a raccolta nei pericoli della patria.
E suonò per Cola di Rienzo, nella famosa pentecoste del 1347. Dalla mezzanotte dela vigilia di Pentecoste fino alle dieci del mattino dopo, Cola di Rienzo si preparò all'imminente conquista del potere ascoltando le trenta messe dello Spirito Santo.
Poi, narra il suo biografo: "escìo fuora bene e palese, moltitudine di garzoni lo seguivano tutti gridanti; dinanzi di sè facevasi portare da tre buoni uomini de la coniurazione tre confaloni... Ora prende audacia Cola di Rienzo benchè non senza paura, e vanne una col lo vicario del papa e sale il palazzo di Campidoglio... Aveva in suo sussidio forza cento uomini armati. Adunata moltissima moltitudine di gente salio in parlatorio e sì parlò, e fece una bellissima diceria de la miseria e della servitude del popolo di Roma. Poi disse: che per esso amore del papa e per salvezza del popolo di Roma, esponeva la sua persona in ogni pericolo".
Per effettuare il suo colpo di mano, Cola aveva aspettato che fossero assenti da Roma i signori più temuti, questi signori che , non dando nessun peso alle sue manovre, prendendolo per un pazzo o un buffone, si erano divertiti a invitare alle loro tavole il figlio della lavandaia e a sentirgli dire: "Io sarò grande signore o imperatore; tutti questi baroni perseguiterò; quello appenderò; quello decollerò".

Presso
Qui presso era il Porticus Philippi innalzato da L.Marcio Filippo, suocero di Augusto, che recingeva il Tempio d'Ercole, e quello delle Muse.
Fra il Portico d'Ottavia ed il Teatro di Marcello era il Templum Apollinis, dedicato nel 431 a.C. dal console Giulio Manto; da questo tempio partiva la solenne processione che andava al Tempio di Giunone Regina sull'Aventino.

sabato 17 ottobre 2009

PORTA MAGGIORE

Porta Maggiore

Nome datole nel sec.XI per essere in diretta comunicazione colla basilica di S.Maria Maggiore.

I nomi delle Acque
Onorio nel 403, rinnovando le mura, trasse profitto dagli archi monumentali sui quali passava l'acquedotto delle acque:
Marcia, condotta nel 608 da Quinto Marcio Re;
Tepula, condotta nel 627 da Quinto Sevilio Cepione;
Giulia, condotta nel 708 di Roma da Agrippa;
Claudia o Aniene Nuova portata da Claudio nel 41 d.C., per formare l'attuale porta a due fornici, chiamando l'uno Porta Prenestina, e l'altro, Porta Labicana, sostituendoli così alla Porta Esquilina del recinto Serviano, dalla quale egualmente si staccavano le due V. Prenestina e Labicana.

"ad Spem Veterem"

La porta sorge nel luogo, che aveva nome "ad Spem Veterem", dal celebre antico santuario, i cui avanzi acuni vorrebbero nel blocco di costruzione laterizia frapposto fra S.Croce in Gerusalemme e l'acquedotto di Claudio.
In questa contrada, Lampridio pone i giardini Variani, così detti dal nome di famiglia di Eliogabalo figlio di Sesto Vario Marcello, già ville ed orti Epafrodiziani e Torquaziani.
Quì nel 1327 avvenne lo scontro dei Romani coi guelfi alleati di Carlo d'Angiò; e nel 1284 dei Colonnesi con i partigiani di Sisto IV. Nel sec. VII la porta ebbe anche nome di Sessoriana dovuto ai sopra detti giardini Variani o Sessoriani.

Stendhal
"Porta Maggiore (1828) è coperta di terra fino alle cornici, che si possono toccare con mano. Quella massa spessa di 12 o 14 piedi, che è caduta su quasi tutti i monumenti di Roma, è terra e non avanzi di mattoni e calce. Spesso questo fatto è stato spiegato con enfasi; ma la minima logica non lascia neppure un vestigio di tali belle spiegazioni" Stendhal

La tomba del fornaio
Fuori dalla porta è il sepolcro di Marco Vergilio Eurisace, fornaio appaltatore, nel quale sono raffigurati gli oggetti relativi alla sua professione; le colonne sono formate con finte mole di grano; i loculi raffigurano bocche di forno, i rilievi esprimono tutta la lavorazione del pane.
Venne alla luce nella demolizione eseguita nel 1838 delle opere di difesa del recinto aureliano.
Il sepolcro preesisteva all'acquedotto, distante da questo appena m.2.70, mentre è noto che la zona di rispetto ai lati degli acquedotti doveva essere di m.4.50. Appartiene quindi allo scorcio di età repubblicana.
Altra stranezza del bizzarro fondatore della tomba è rilevato da una iscrizione, rinvenuta presso il monumento stesso, nella quale è detto, che gli avanzi del rogo della moglie di Eurisace, di nome Atisia, erano stati deposti in un panarium, ossia in un cinerario di marmo a foggia di madia da riporre il pane.

La basilica sotteranea
Fuori di questa porta il 7 luglio 1856 fu inaugurata la stazione di partenza della ferrovia per Frascati.
In seguito al cedimento di terreno sotto un binario della linea Roma-Napoli, è venuta alla luce nell'aprile del 1917 una basilica sotteranea, che conserva il più importante complesso di stucchi decorativi giunti fino a noi dall'antichità romana e nella quale studiosi eminenti riconoscono- accanto alla Villa dei Misteri di Pompei- la più organica testimonianza di culti misterici.
La basilica era, al momento della scoperta, gravemente danneggiata da infiltrazioni d'acqua, dall'attività di un parassita delo stucco e soprattutto dalle micidiali vibrazioni e scosse provocate dall'andirivieni dei treni.
Oggi, passano sopra la basilica diverse centinaia di treni al giorno, ma non rappresentano più un pericolo, perchè con complessi lavori terminati nel 1952 l'importante complesso è stato completamente isolato.
La fondazione della basilica viene data alla metà del I sec. d.C. e attribuita a un gruppo di ricchi patrizi romani seguaci del neo-pitagorismo. I neopitagorici credevano nella metempsicosi, quindi nell'immortalità dell'anima, e nella necessità di liberarsi con una vita austera dalla schiavitù dei sensi conquistando così la felicità vera ed eterna dell'oltretomba.
A queste teorie si accompagnarono presto pratiche spiritistiche e divinatorie. Il tutto dovette sembrare pericoloso al Senato di Roma, e provocare la chiusura della basilica sotteranea: questa non rivela traccia di restauri antichi e secondo ogni apparenza fu frequentata solo per breve tempo.

venerdì 16 ottobre 2009

VIA FRATTINA

Via Frattina

Il nome ricorda quando questo tratto del Campo Marzio era campagna (Capo le Case, Vite, Vignaccia, Giardino, Fratte, Orto di Napoli ecc.).
Altri deriverebbe il nome da Monsignor Ferratini arcivescovo di Amelia, che alla fine del sec.XV la fece lastricare e che aveva il suo pal. ove ora è il pal. di Propaganda.

Case e Osterie
Una delle prime case costruite in questa V. fu quella dei Gabrielli di Gubbio.
Al n°48 una lapide ricorda l'abitazione del generale Giuseppe Avezzana, ed un'altra al n°10 quella di Mattia Montecchi.
Nel sec.XVIII eravi in fiore la locanda detta di Giacinto.

Le gambe del Pietro
"Ai tempi di Sisto V, Pietro Curtelli (nepote del canonico Curtelli, che aveva beneficato Sisto quando era card.) per avere sotto il predecessore Gregorio XIII rapita e poi sposata una fanciulla, fu per ordine di Sisto impiccato, e tagliategli le gambe vennero appese in V.Frattina, innanzi alla casa della fanciulla.
Siccome gli abitanti dei dintorni si lagnavano per il puzzo che davano le gambe, furono tolte per ordine del papa, e sostituite da due di marmo".(Archivio P.pe Piombino)

Anticamente fra questa V. e quella della Vita e Condotti si trovavano i Castra Urbana.